Press - Gai Saber

Gai Saber
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ELECTROCH'ÒC (2002)
ANGELS PASTRES MIRACLES (2010)
LA FÀBRICA OCCITANA (2006)
ESPRIT DE FRONTIERA (1999)
KALENDA MAIA (1995)
RECENSIONI : ANGELS PASTRES MIRACLES
TRAD MAG – N 136 – Mars  - Avril 2011-04-24
Gai Saber – Angels Pastres Miracles

Le groupe Gai Saber présente son interprétation des chansons de Noël en Occitanie. Une bien jolie création di genre. Selon la marque de fabrique de ces musiciens de Piémont, ce cinquième album présente le répertoire occitan à travers de rythmiques latines et africaines, utilisant les instruments traditionnels ( galobet, mandolino, ghironda organetto) et l’électronique de manière sophistiquée. Un ensemble percutant et réussi, à écouter d’urgence, pour s’étonner par exemple du reggae de la chanson La camba me fai mau (la jambe me fait mal). On aime ces chants exprimés apparemment sans retenue en tout en vitalité. Il émane de cet album une vraie joie et une certaine fierté d’exprimer aussi sa foi en langue occitane. Car les musiciens de Gai Saber, le gai savoir, tradition des troubadours oblige, valorisent l’Occitanie au quotidien. Bien connus des festivals, ils participent aussi à différents programmes culturels (théâtre, réalisation de dictionnaire) et à l’enseignement des musiques traditionnelles. Des images de L’Adoration des mages couvrent ce cadeau miraculeux.
ROOTSWORLD
Angels Pastres Miracles
Felmay (www.felmay.it)
Lee Blackstone - Rootsworld – febbraio 2011
http://www.rootsworld.com/reviews/gaisaber11.shtmlGai Saber

Questo gruppo folk occitano incluse nel suo album del 2006, La fabbrica Occitana, due canzoni natalizie che furono elementi di spicco in quel disco.
Con la loro ultima novità i Gai Saber entrano profondamente nella stagione delle festività donandoci un intero album dedicato alle canzoni di Natale. Questi canti tradizionali natalizi – i Novés occitani – risalgono all’epoca medioevale e sono cantati principalmente in Provenza e nelle regioni occitane italiane. Ma qui sta il trucco. Gli album di Natale  sono molto spesso denigrati, o per via dell’eccessivo (o persino forzato) sentimentalismo, o  in quanto visti come grossolano tentativo di fare incassi in una stagione già iper-commercializzata. “Angels  Pastres  Miracles” non è nessuna di queste cose: rappresenta,  invece, una posizione completamente unica su questo canone natalizio. Laddove La Fabrica Occitana aveva un tocco più acustico, l’album di Natale dei Gai Saber tira fuori l’intero arsenale elettronico della band per ri-arrangiare e remixare queste canzoni. Il risultato è l’album più contemporaneo e, dal punto di vista sonoro, più interessante dei Gai Saber dopo il disco di rottura del 2002, “Electroch’òc”.
Le arpe danno lucentezza alle ombrose pulsazioni elettroniche; la ghironda si espande in maniera pazzesca; le voci della band talvolta è come se si esprimessero in un profondo rispetto religioso, ma altre volte, in altre tracce, escono fuori selvaggiamente. Il dub reggae sembra avere un'influenza tremenda sulla band, con i suoi echi e riverberi. Il brano di apertura, “Pastres de l'Argentiera", e " La Cambo La me fai mau"  entrambi prendono a prestito il levare del reggae, il secondo ancora più accentuato da un’accurata batteria live, dagli accenti dell’organetto, dall'arpa e dalla trompette della ghironda. Una traccia fra le migliori  - " Micoulau nòstre pastre” - prende il groove reggae e lo circonda di pazzi  effetti elettronici  e di una allegra melodia di arpa.
È un album di Natale che è destinato ad essere ballato e goduto. Visti i suoni festosi e la pura invenzione in mostra qui, non si può sfuggire alla sensazione che la cultura occitana ospiti il più grande dei Natali di sempre. Ma per essere esatti, Angels Pastres Miracles è più un album di vita che un album di Natale ed non è un cliché dire che questo lavoro dei Gai Saber  suonerà bene sia come fresco fuori stagione, sia in inverno. Vado addirittura un passo più in là;  questo è il primo album di Natale che metterei nella mia lista di fine d’anno dei migliori dieci dischi. - Lee Blackstone.

ONDAROCK
GAI SABER- Angels Pastres Miracles
(Felmay)2010 - tradizionale, patchanka
http://www.ondarock.it/recensioni/2010_gaisaber.htmSABER

Un disco di canti natalizi. Un po' fuori stagione, dite? Beh, ma è uscito a dicembre. E poi non sono i soliti cori di voci bianche conditi di atmosfere siamotuttipiùbuoni: quelli ripescati dai Gai Saber sono secolari brani della tradizione occitana, qui presentati in una cornice originale, un brillantissimo mix di nuovo e antico.
Di "Angels, pastres, miracles" ("Angeli, pastori, miracoli") colpisce innanzitutto la ricchezza dei suoni. Accanto a chitarra, contrabbasso, batteria, organetto, violino - strumenti classici del folk - troviamo infatti timbri meno consueti: flauti, galobet, arpa, ghironda, cornamusa. La loro è una fusione avvolgente ma leggerissima, in cui ogni componente aggiunge all'insieme dimensione e colore, senza creare un effetto-saturazione.
C'è poi l'elemento ritmico, fonte di un istrionismo raro nel settore. L'andamento in levare e gli schemi sottilmente drum'n'bass della batteria sono riequilibrati dalle linee melodiche in risalto, vorticose magari, ma assolutamente tradizionali e "piane" nel passo. Troviamo momenti di "sommersione" ai confini col dub, nei quali tutto sparisce ad eccezione delle frequenze più basse, e più canonici episodi a cappella, basati solo sulle armonie vocali: è un continuo rimescolarsi di vuoti e pieni, che rende i pezzi imprevedibili nonostante il loro clima disteso.
È in effetti quest'aria placida e frizzante la carta vincente del disco, che peraltro lo distingue da lavori precedenti del gruppo, come il capolavoro "Electro ch'òc". Gli innesti elettronici che in passato conferivano energia e tensione alla formula Gai Saber passano qui in secondo piano, lasciando le medesime strutture musicali in mano agli strumenti acustici. Ecco il segreto del carattere così arioso della musica, forse meno esplicitamente sperimentale, ma senz'altro più limpida e vitale. Anziché alla più ardita world music, "Angels, pastres, miracles" sembra guardare alla spensieratezza della patchanka fine-Novanta: dalla sua ha però una conoscenza approfondita delle tradizioni a cui si ispira, e la lontananza dai tanti cliché terzomondisti che del genere sono stati croce e delizia. Non sarà forse l'album con cui i Gai Saber "sfonderanno" al di fuori del circuito folk (ammesso che gli interessi), ma difficilmente la sua bellezza lascerà indifferente chi lo ascolterà. Vale la pena dargli un'occasione...

Marco Sgrignoli (30/03/2011)
FOLKWORLD
http://www.folkworld.eu/44/e/cds1.html#xmas

Stessa regione come per l’album sopra, e stesso tema – ma musicalmente questi due album sono distanti miglia. I Gai Saber sono ben conosciuti internazionalmente come una band contemporanea portatrice di interpretazioni moderne delle tradizioni occitane. Quest’ultimo album vede il suono dei Gai Saber evolversi in qualcosa di molto più maturo rispetto agli album precedenti che ho ascoltato. La musica è estremamente attraente – nonostante non sia molto natalizia – e commovente.
L’album rappresenta una buona e pienamente moderna interpretazione del materiale tradizionale. Il libretto stampato che è uscito con questo CD fa pensare che i fans scandinavi del folk moderno apprezzeranno questo album – Dapprima ho allontanato l’attrattiva della suggestione,  ma ascoltando questo album posso vedere da dove questa attrazione arriva: lo stile di questo album è probabilmente meglio comparabile ai Garmarna & Co. L’ho apprezzato davvero molto.

© Michael Moll
Agenda Rock 3-2001 – 18 gennaio 2011
LA GUIDA - venerdi 21 gennaio 2011

Anche se in forma diversa, esiste ancora ora. Il Consistori del GaiSaber ("Concistoro della Gaia Scienza") è un'accademia poetica fondata a Tolosa nel 1323 con l’intento di conservare  la tradizione della lirica trobadorica. Da esso prendono il nome un capolavoro di Nietzsche (“La gaia scienza”, 1888) e una delle più interessanti formazioni italiane di world music: i Gai Saber di Peveragno. Guidati da Alessandro Rapa, si sono acquistati fama internazionale presso gli appassionati di musica etnica, grazie ad album recensiti un po’ ovunque e apprezzate esibizioni live in festival di tutta Europa. Scambiati a volte, da queste parti, per un “normale” gruppo di musica occitana, da parecchi anni conducono una sperimentazione sonora di grande intelligenza, facendo interagire la musica occitana e trobadorica, il rock, l'elettronica e quant’altro. La loro ultima uscita discografica, pubblicata dalla Felmay e coperta immediatamente da Radio3 e Raitre, si intitola “Angels Pastres Miracles” e raccoglie una raccolta di “Novés”, i canti tradizionali natalizi della Provenza e della zona occitana italiana, spesso ispirati ai Vangeli apocrifi. I Gai Saber li recuperano mescolando antiche storie di miracoli e di stupore popolare a suoni ibridi (melodie e armonie vocali dell’Occitania e atmosfere etniche assai eterogenee), ottenuti con strumenti tradizionali e non.
Il numeroso ensemble ha presentato l’album il 24 e il 26 dicembre, con un movimentato spettacolo multimediale, nella splendida Chiesa della Confraternita a Peveragno, all’interno delle sempre gradite iniziative di “Natale in contrada”. Uno show dove i loro pezzi si intrecciavano alle immagini proiettate sullo schermo alle loro spalle e alle parole dell’attore Pietro Viggiano e della (sempre brava) cantante Chiara Bosonetto. Il tutto forse avrebbe avuto bisogno di una regia più compatta, ma l’entusiasmo festivo del gruppo è davvero contagioso e merita tutti gli applausi. Tra i brani più belli: “Lou premier miracle” (eseguita a cappella dai giovanissimi Eugenia, Costanza e Antonio Rapa), “Micoulau noste pastre” , “Venés, venés” e “Anuech quand lou gau cantavo”.

Paolo Bogo
Folk Geneticamente Modificato
Gai Saber - "Angels Pastres Miracles. Chançons de Nadal en Occitania" (CD - Felmay fy8174, Italia 2010)
Con una confezione in digipack davvero attraente (Felmay docet!) e poche note di accompagnamento sul significato della loro musica, i Gai Saber tornano con un disco dedicato alla reinterpretazione dei noves occitani, canti natalizi della tradizione provenzale diffusisi anche nel cuneese.“Reinterpretazione” è espressione subdola perché dice tutto e niente, rischia di essere fraintesa trattandosi di materiale popolare suonato oggi.Scrivono i Gai Saber, semplicemente, ma con grande efficacia, che la loro interpretazione “fa riferimento alle molteplici influenze della musica del popolo di ieri e di oggi, da sempre in evoluzione in rapporto al mescolarsi delle genti e delle loro culture”.
Vero. Sin dai tempi del terzo album "Electroch'oc" (2002), che suscitò un certo scalpore nell’asfittico e retrivo ambiente culturale del folk italiano, il gruppo rappresenta una delle espressioni più coraggiose in Italia nell’avventurarsi oltre le barriere culturali che condizionano il rapporto con il suono tradizionale.
Rapporto che nell’esperienza dei Gai Saber, più che altrove, sembra aver assunto il significato di una sfida a tutto campo alle rigide strutture di genere, all’insensata ancora diffusa ossessione per l'aderenza filologica alle fonti, per il pedissequo ricalco dell'“originale”. Annosa e noiosa diatriba che il gruppo di Peveragno aggira disinvoltamente prendendo una netta posizione a favore di un programmatico, rispettoso stravolgimento dei repertori affrontati.Gli undici brani proposti di "Angel Pastres Miracles", tutti su testi tradizionali, sono ripensati a partire dalla matrice melodica delle strutture originali con l’impiego di strumentazione elettronica campionata (le “programmazioni digitali” sono di Alex Rapa) e una prassi esecutiva e interpretativa decisamente ‘popular’ (rock, pop) che rimanda ad ormai affermati modelli europei di musica d’autore (da Stivell ai Capercaillie, per intenderci), in genere definita da certo giornalismo impropriamente world music (come fa la stessa Felmay per etichettare l'identità della musica del gruppo).File under a parte, comunque, va detto che il progetto dei Gai Saber è prima di tutto piacevole all’ascolto e, a dispetto dei contenuti, addirittura ballabile. Elemento non secondario, se si compara il disco ad altri lavori dal repertorio analogo, in genere caratterizzati da arrangiamenti in minore e da un mood complessivamente dimesso.Ben suonato, con una tessitura sonora equilibrata, l’album rivela una cura certosina per i suoni, comunque mai ridondante o autoindulgente. Ottime le voci, soprattutto nelle sequenze d’insieme, eccellente la sezione ritmica, vera anima dell’album.Tra le perle, si resta avvinti alla melodia di "San Jauze eme Mario" (Hedningarna?), contagiati dalla prorompente coralità di “Venès, venès”, caratterizzata da inflessioni petergabrielliane e suggestioni galiziane (Na Lua?). Affascinati dall'incedere seducente di "Pastres de l'Argentiera", proprio in apertura del disco.Davvero un modo convincente di rendere la musica sacra popolare un divertente colto intrattenimento.

(Luca ferrari, 22 gennaio 2011)
BLOGFOOLK
http://blogfoolk.blogspot.com/2011/03/gai-saber-tradizione-ed-innovazione.html
Gai Saber - Angels, Pastres, Miracles Chancones De Nadal en Occitania (Felmay)

I Novés sono canti tipici della tradizione occitana, eseguiti e rappresentanti durante la veglia di Natale, che sin dal Medioevo fanno rivivere il mistero della nascita e dell’infanzia di Gesù, attraverso affascinanti racconti tratti dai Vangeli Apocrifi. In questi canti si ritrova intatta la semplicità della spiritualità provenzale, dove la profonda fede nella Provvidenza era una sorta di lenitivo per le sofferenze quotidiane della povertà. I Gai Saber, da sempre impegnati nella ricerca e nella rielaborazione del materiale tradizionale occitano, hanno deciso di dedicare un intero album a questi particolari canti, rileggendoli attraverso il loro particolare approccio stilistico che li vede mescolare strumenti tipici come la ghironda, l’organetto, la cornamusa e i flauti con altri più moderni come chitarra, basso e batteria, senza contare il loro attento uso dell’elettronica che da sempre caratterizza il suono del gruppo. E’ nato così Angels, Pastres, Miracles Chancones De Nadal en Occitania, nel quale il gruppo di Peveragno partendo da un’attenta ricerca su varie raccolte di testi tradizionali quali Tesor de Noel Provencale et meridionale di Marcel Petit, Chants populaires de la Provence - recuills et annotes par Damas Arbaud, Motifs ed Associations Canta Lou Pais / Cantar Lo Pais, Anthologie des Chantes Populaires, ha compiuto un importante lavoro di recupero delle matrici melodiche originali, cercando un approccio che non snaturasse le strutture pur lavorando a fondo sugli arrangiamenti. A corredo dei testi è presente nel libretto anche una traduzione italiana, accompagnata dalle splendide immagini del Santuario della Madonna dei Boschi di Boves, della Chiesa di San Fiorenzo di Bastia Mondovì e della chiesa di San Peyre di Stroppo. Il disco, a differenza delle ormai copiose produzioni musicali natalizie, non suona assolutamente stucchevole, ne tantomeno si abbandona a falsi emozionalismi, ma piuttosto presenta un suono nobile, solenne, che ancor più spessore e profondità alle semplici strutture melodiche tradizionali. Gli arrangiamenti risultano curatissimi, ed ogni tessitura sonora è misurata ed equilibrata, sposandosi alla perfezioni tanto con le voci quanto con le parti ritmiche. Ad aprire il disco è Pastres de l'Argentiera, splendido brano composto sulla base di un testo tradizionale da Sergio Berardo dei Lou Dalfin, seguono poi la magica Lou premier miracle nella quale si apprezza la voce di Chiara Bosonetto in tutta la sua bellezza e il canto di lavoro La Cambo mi fa mau. Entrando nel vivo del disco brillano le splendide melodie di Micolau, la ballata Venès, venès ma soprattutto le scene della Natività cantate in San Jauze eme Mario, Aneuch quand lou gau cantavo e Lo viage di tres Rèi. Non manca qualche incursione nella musica da danza con Rapataplan, che riproducendo l’onomatopeico battere del tamburo, ricrea un orchestra di tamburini in omaggio alla nascita di Gesù Bambino. Angels, Pastres, Miracles Chancones De Nadal en Occitania non è un semplice disco natalizio, ma piuttosto è un opera di grande spessore culturale nel quale riscoprire la semplice ed intensa spiritualità che fu dei Catari

Salvatore Esposito
FOLK BULLETIN
ANGELS PASTRES MIRACLES – CHANSONS DE NADAL EN OCCITANIAFELMAY FY8174, 2010
http://folkbulletin.folkest.com/angels-pastres-miracles-chansons-de-nadal-en-occitania/

Ormai da ben più di un decennio, dopo le prime esperienze discografiche che denotavano ancora una certa ricerca di identità, i Gai Saber hanno individuato l’indirizzo musicale verso cui procedere con sicurezza e che sta accordando loro una ben meritata fortuna. Se quella che è la più nota band occitana d’Italia (Lou Dalfin) ha da tempo scelto il rock elettroacustico con qualche virata dentro il mare magno della canzone d’autore, la formazione guidata da Alex Rapa ha trovato nei suoni elettronici del progressive la propria identità stilistica, che ormai maneggia con disinvoltura. E i risultati non mancano, qualunque sia l’ambito del loro intervento di rilettura, di ispirazione laica o profana che sia. L’impasto sonoro delle voci, gli echi riverberati dei timbri sintetici, la ritmica incalzante che ben conoscono i segreti del crescendo costituiscono un patrimonio di emozioni che giunge dritto al cuore, facilitato nella fruizione dalla bellezza intrinseca del repertorio, in stragrande parte tradizionale. Il successo di critica raccolto da “Angels Pastres Miracles-Chansons De Nadal En Occitania” anche fuori dagli ambiti del folk è l’ulteriore riprova di una sintesi perfettamente riuscita e di quanto i Gai Saber risultino credibili anche per orecchie meno allenate delle nostre, e questo non può che essere un buon segno. Volendo a tutti i costi recitare la parte dell’avvocato del diavolo, ci permettiamo di avanzare soltanto un dubbio: quali sono i margini di miglioramento cui la band cuneese può ambire dopo l’ottimo livello raggiunto con questa prova? Anzi, due dubbi: quanto ancora questo quasi perfetto equilibrio sonoro fra passato e presente riuscirà a essere vissuto e fruito come realmente innovativo e rivitalizzante? Mentre scriviamo, ci rendiamo conto della bastardata che stiamo facendo sollevando queste esitazioni. Ma siamo sufficientemente certi che gli amici Gai Saber sapranno risponderci con una prossima prova altrettanto convincente e in grado di stupirci almeno come questa. Da comprare al volo. Contatti: www.gaisaber.it

Roberto. G. Sacchi Feb-11
Enrico Lantelme – etnomusicologo e regista – dicembre 2010

“Angels pastres miracles” è un viaggio natalizio attraverso le sonorità degli strumenti occitani, plasticamente fuse in un tappeto magico di suoni digitali. I testi dei “nouvé” provenzali ci trasportano nell’atmosfera delle feste profane del Midi, eredi delle medievali “Feste dei folli” a suo tempo sfrattate dagli altari e dai sagrati. E’ un mondo parallelo a quello dei Vangeli apocrifi, nelle intenzioni e negli accenti, ma con una sensibilità popolare e una freschezza del racconto natalizio del tutto nuove. Le melodie originali sopravvivono nel lavoro dei Gai Saber con leggerezza quasi impalpabile, in filigrana. L’intreccio con suoni e strutture ritmiche attuali, dal drum’n’bass al reggae, svela nuove e insperate visioni, trasformando questi nouvé in brani dal suono incantato e ricco di suggestioni. Non solo e non tanto tradizione, ma soprattutto innovazione musicale: il tutto con grande gusto e leggerezza. La migliore dimostrazione del fatto che, dopo quasi 500 anni, i “nouvé” occitani vivono ancora.

Ousitanio Vivo – Paolo Secco - dicembre 2010

Sono ormai passati circa 20 anni da quando i Gai Saber iniziarono il loro percorso musicale. Da subito fu chiaro che non si trattava del solito gruppo di musica tradizionale occitana, animatore di balli, come tanti altri in quel periodo. Già nel loro primo lavoro alle acustiche degli strumenti tradizionali si accostava l’uso sapiente della campionatura e dell’elettronica, una novità nelle valli d’òc. Accanto ai testi ed alle musiche trobadoriche, , riviste in chiave moderna, si presentavano pezzi di nuova composizione, o tradizionali ma rivisitati in modo nuovo, proprio a significare l’evoluzione continua della cultura musicale, mai uguale a se stessa. Il percorso è continuato senza interruzione in questi anni, i concerti si sono spostati dall’ambito provinciale a quello nazionale ed europeo, segno questo anche di una progressiva maturazione musicale e culturale dei musicisti. Ne 2006 il cd “La fabbrica occitana” rappresenta il culmine di una ricerca e di una evoluzione: una sfida volta a superare le barriere fra i vari generi musicali, senza però abbandonare le proprie radici: sono presenti suoni mediterranei, folk, ritmi latini e l’elettronica diventa più sofisticata.
Ora, come regalo natalizio, un nuovo lavoro. Si tratta di “Angels Pastres miracles” che con il sottotitolo “Chançons de Nadal en Occitania”  si presenta subito nella sua ideale dimensione. Sono canzoni tratte da testi noti, , il Tresor des Noels Provençau, l’Anthologie des Chants Populaires ed altri, frutto della cultura e della tradizione della Provenza, ove i Nouvés sono ancora presenti e soprattutto conosciuti. Nel disco non manca l’elettronica, anzi è saggiamente inserita in ogni brani a completamento e coronamento dell’acustica più tradizionale. Ogni particolare è filtrato da una competenza e da una finezza di intenti che si accompagnano ad una rara semplicità musicale. Non c’è infatti necessità di grandi volumi di suono, di ritmi scatenati, per fare dell’ottima musica: Ne è prova la splendida voce di Eugenia, Costanza ed Antonio, che in alcuni brani dimostrano la loro impressionante bravura, senza perdere quelle caratteristiche di naturalezza e freschezza tipiche della loro giovane età. Sono anche loro l’ottima novità di questo lavoro, perfettamente inseriti nello spirito natalizio e nell’armonia del gruppo.
Gli altri musicisti sono ormai una realtà conosciuta, che si confermano nella loro bravura. Alex Rapa non vuole mai primeggiare, ma si rivela come al solito fondamentale con la sua chitarra, con gli effetti elettronici e con le campionature e nelle dinamiche del suono. Tiene insieme tutti e, senza farsi notare, dà una vera impronta al gruppo. La voce di Chiara Bosonetto è migliorata nel tempo, si è affinata ed ha acquistato molto in agilità e acutezza. Vien da pensare che veramente i Nouvés le consentano di esprimersi al meglio. Elena Giordanengo, con l’arpa, sa dare la delicatezza necessaria a questo tipo di repertorio, e l’organetto di Maurizia completa con maestria l’insieme. La ghironda di Simone Lombardo è fondamentale, è quella che ci riporta indietro nei tempi, con il suo suono arcaico e, al tempo, perfettamente inserito nella modernità della musica. Il cd inizia con un brano musicato a suo tempo da Sergio Berardo, su un testo originario della Valle Stura, “Pastres de L’Argentiera”, interpretato però con uno stile moderno ed inusuale. In tutti i brani la Natività è al centro della scena: non ci sono storie di potenti o di ricchi, i protagonisti sono sempre i semplici, i poveri, gli uomini e le donne narrate nei Vangeli Apocrifi, il pastore che ha male alla gamba ma egualmente vuole andare ad onorare il Bambin Gesù, chiedendo che gli venga sellato il cavallo. E’ Micoulau, il pastore strano, forse malato, che guarda le stelle e si rende conto del miracolo. Ci sono Gautaru, con i suoi sonagli, e Touneto che con il suo violino fa ballare Ysabeu e Bramereau, con Guilhèumet e la sua cornamusa. Ci sono i galli che cantano, le Catarinetes, le coccinelle, i marmouset, i marmocchi che mangiano la minestra di crouset, e, in ultimo, li Tres Rei, i Re Magi, a completare questa festosa e dolce notte santa.

www.folkvinyls.it – Agostino Roncallo

In questa nuova esperienza i Gai Saber hanno ripreso la tradizione dei "Novés" Occitani, traducendoli in undici composizioni di grande forza innovativa, come è nello stile del gruppo. Quando il postino mi ha consegnato il CD, stavo ascoltando una rimasterizzazione di "Atom Heart Mother" dei Pink Floyd: è così che, involontariamente, ho captato alcune continuità con i suoni di quelle canzoni tradizionali che venivano eseguite e rappresentate soprattutto in Provenza nel periodo natalizio. La musica sa a volte superare le distanze e i Gai Saber sanno restituirci questa magia. I testi e le musiche dei Novés occitani fanno rivivere il mistero della nascita e dell’infanzia di Gesù, anche attraverso i racconti affascinanti e magici dei Vangeli apocrifi, che il gruppo sa interpretare splendidamente negli spettacoli dal vivo: veri e propri "light show" teatrali di floydiana memoria. Tra i brani va in particolare segnalato il suggestivo impatto ritmico di "La cambo me fa mau". I testi sono tratti dai "Novés" e precisamente da "Tresor de Noel Provencale et meridionale" di Marcel Petit, da "Chants populaires de la Provence" raccolti da Damas Arbaud, e infine dalla "Anthologie des Chantes Populaires" di J.Canteloube. Nel booklet i testi sono proposti nella versione occitana in quella italiana (a fianco). L'autore di "Pastres de l'Argentiera" è invece Sergio Berardo. La revisione dei testi occitani è opera di Rosella Pellerino. Le immagini riportate nel libretto sono quelle del Santuario della Madonna dei Boschi di Boves, della Chiesa di San Fiorenzo di Bastia Mondovì e della chiesa di San Peyre di Stroppo.

BIELLE
www.bielle.org -  Giorgio Maimone – dicembre 2010

E' ormai una tradizione anche in Italia. Stanchi di invidiare i milioni di copie venduti da Bing Crobsy con White Christmas, ci provano anche i Bing Crosby di casa nostra a fare uscire dischi natalizi. Meno male che qui la qualità è alta e che più che all'aspetto di classifica si punta su quello della spiritualità. E ogni anno aumentano le uscite ispirate al Natale. Nel 2010 abbiamo, tra gli altri Antonella Ruggiero con "I regali di Natale" e i Gai Saber, gruppo occitano con "Angels, Pastres, MIracles - Chancons de Nadal en Occitania", magnifico disco nel campo (vedi sotto la recensione). Su scala internazionale invece si è prodotta Annie Lennox col suo "Christmas Cornucopia". Nel 2009 coi canti di Natale si era misurato anche Bob Dylan con il delizioso e lunare "Christmas in the heart", lunare perché è difficile immaginarsi qualcuno di più lontano dell'orco Dylan dai canti di Natale. Risalendo invece nel tempo (sempre in periodo natalizio) qualche anno fa Eugenio Finardi aveva sfornato l'emozionante "Il silenzio e lo spirito". Nel 2005 abbiamo avuto da annoverare almeno due uscite di grande qualità: "Litania" di Ambrogio Sparagna e Giovanni Lindo Ferretti e "La cantata dei pastori immobili" di David Riondino e Stefano Bollani (più ospiti). A sufficienza per una pagina sul Natale anche su Bielle (promettiamo: la meno stucchevole possibile!). In realtà, in questo periodo storico, non mi è del tutto chiaro se si stia parlando di Natale o di spiritualità tout court; quello che è evidente è che l'industria discografica italiana è percorsa da molta maggiore spiritualità nel periodo sotto Natale. Ma è ovvio che questo è un caso. O no?
http://www.bielle.org/2010/Recensioni/Rece_GaiSaberAngels.htm
Se c'è un album di cui bisogna parlare oggi è questo. Non ci sono dubbi! Prima di tutto perché è un ottimo lavoro e in secondo luogo perché quando, se non a Natale, è possibile ascoltare un disco che parla di angeli, pastori e miracoli? I Gai Saber, che già avevano dato ottima prova di sé in "La Fàbrica Occitana" del 2006, ci rifanno con questo "Angels, Pastres, Miracles. Chançons de Nadal en Occitania", ossia "Angeli, Pastori, Miracoli, Canzoni di Natale in Occitania", un'opera che, se non fossimo in Italia, ossia un territorio che del suo passato ama fare strame, andrebbe studiata a scuola. Sempre pronti ad andare in brodo di giuggiole per i blues natalizi, i gospel o i canti della tradizione anglosassone, a volte capita che anche sotto queste latitudini si riesca a fare tesoro del passato, prendere le tradizioni, innestarle sul corpo del presente e fare vivere nello splendore della propria tradizione canti che vengono da lontano. I Gai Saber hanno preso l'antica tradizione dei “Novés” Occitani e ne hanno fatto 11 brani, reinterpretando alcune delle più note canzoni tradizionali che venivano eseguite e rappresentate soprattutto in Provenza nel periodo natalizio, ma delle quali abbiamo importanti testimonianze anche nel territorio occitano d’Italia. I testi e le musiche dei Novés occitani fanno rivivere il mistero della nascita e dell’infanzia di Gesù, anche attraverso i racconti affascinanti e magici dei Vangeli apocrifi. Che, come ci ha insegnato De André , possono essere fonte di tesori irripetibili. Il tono è lo stile sono quelli del recupero paziente e fedele della tradizione, aggiornata ai nostri tempi, opera che, anni, fa, hanno egregiamente interpretato gruppi come i Fairport Convention, gli Steeleye Span o i Pentangle in Inghilterra, i Cantovivo e la Lionetta in Italia e ora ci affilano le armi i Gai Saber, con esiti quanto mai convincenti. "In queste canzoni popolari - dicono i Gai Saber - drammatizzate fin dal Medioevo nelle veglie di Natale, si ritrova la semplicità del mondo dei poveri, spesso i veri protagonisti dei racconti; una profonda fede nella Provvidenza divina, che protegge e consola i piccoli; un messaggio di fiducia, aiuto e simpatia per gli umili e gli oppressi, messaggio di cui la società attuale, travagliata da crisi e conflitti, sembra avere sempre più bisogno".
L'esperienza del gruppo occitano non si ferma qui. Dopo aver fatto l'album, dallo stesso insieme di canzoni, è nato uno spettacolo multimediale (musica, immagini, teatro e danza) con ci far rivivere il rito dal vivo nel periodo natalizio.
I Gai Saber sono un gruppo che nasce nell’area linguistico - culturale occitana, ovvero in quelle valli piemontesi in cui si parla l’antica lingua d’Oc. Il nome deriva da un antica sfida poetica fra letterati del XIV secolo; i testi e la musica si ispirano quindi alla ricchissima tradizione orale ed ai ritmi delle danze occitane. Fin dal 1992 l’obiettivo del gruppo è stato l’unione della tradizione della musica di danza occitana e dei brani dei trovatori medioevali con le sonorità della musica di oggi; a fianco dei tipici strumenti tradizionali (ghironda, organetto, cornamusa flauti e quant’altro i Gai Saber inseriscono strumenti moderni e soprattutto timbri elettronici, mentre l’arrangiamento fa riferimento ai diversi aspetti della musica contemporanea.
I testi, dicevamo sono tratti dai "Novés" e precisamente da "Tresor de Noel Provencale et meridionale - Marcel Petit; Chants populaires de la Provence - recuills et annotes par Damas Arbaud; Motifs ed Associations Canta Lou Pais / Cantar Lo Pais; Anthologie des Chantes Populaires - tanto per far notare l'impegno e la serietà dell'opera. Ogni testo, sul libretto è proposto nella versione occitana in quella italiana a fianco. La revisione dei testi occitani è di Rosella Pellerino. Le immagini riportate nel libretto sono quelle (emozionanti) del Santuario della Madonna dei Boschi di Boves, della Chiesa di San Fiorenzo di Bastia Mondovì e della chiesa di San Peyre di Stroppo.
Certo non tutti i brani hanno la stessa appetibilità e fruibilità. Alcuni risultano estremamente insistiti, magari su una sola nota. Se "Pastres de l'Argentiera" risente positivamente del fatto che la musica sia attuale e composta da Sergio Berardo dei Lou Dalfin, "Lou premier miracle" è un brano tradizionale a tutto tondo, scarne ed affidato alla magia delle voci femminili che si intrecciano. "La cambo mi fa mau" (ossia la gamba mi fa male) è un classico canto di lavoro, con una bella scansione ritmica e un ritornello memorizzabile. "Micolau, noste pastre" (Nicola, nostro pastore) parte sotto tono a gradatamente si espande nella musica. "Venès, venès" poi è uno dei miei brani preferiti, uno di quelli che più si riallaccia alla grande tradizione delle ballate europee. Per alcuni aspetti ricorda i brani che Lino Straulino ha raccolto nei suoi lavoro "La munglesa" e "La bella che dormiva". Molto bella anche "San Jauze eme Mario" che poi starebbe a dire "San Giuseppe con Maria", arricchita da quella iteratività che faceva sposare anni fa così bene la musica popolare con il progressive. "Aneuch quand lou gau cantavo" (Stanotte quando il gallo cantava) racconta a modo suo una natività popolaresca. "Lo viage di tres Rèi" è invece la versione più seria e "ufficiale" della natività, con tanto di Re Magi e la musica, per l'occasione, si fa paludata. Pare persino naturale che ci perda nei confronti della danza popolaresca di un brano prima e anche rispetto alla successiva "Rapataplan" (il rumore onomatopeico del battere del tamburo), dove a rendere omaggio a Gesù Bambino è "un bel gruppo di giovani marmocchi che mangiano la minestra, soprattutto quando è di maltagliati (tradizione della vigilia di Natale) " che partono con un'orchestra di tamburini per festeggiare la natività. "La catarineta" (La coccinella) è un altro brano di solido impianto popolare però di quelli troppo insistiti e di difficile digestione, come il panettone dopo l'abbuffata di Natale. Esile la finale "Pastre de la campagno" (pastori della campagna), ma questo non toglie un'oncia al valore del disco nella sua globalità e allo spettacolo che ne è stato tratto. D'altra parte il Natale è un tema che coi canti e balli si presta bene alle tradizioni popolari e i Gai Saber hanno appena sfornato un disco destinato ad accompagnarci per molte stagioni ancora. Sempre sotto Natale, sotto l'albero, in mezzo ai regali, per chi se li può ancora permettere. O in mezzo agli auguri e a brindisi, per chi non ha altro. Di sicuro resta la musica, il canto, le tradizioni.

IL GIORNALE DELLA MUSICA - Daniele Bergesio – dicembre 2010

Se c’è un regalo di Natale di cui avremmo bisogno in tanti è la speranza. I Gai Saber fanno ancora di più: ci restituiscono, insieme ad una visione della vita positiva un modo di festeggiare l’arrivo di Gesù persino conviviale. Le Novès occitane che la band del cuneese rielabora nella sua consueta maniera vivono di linee melodiche fluide, austere ed al di sopra del tempo, sorrette da arrangiamenti non ricercati ma confidenziali, gentili: una festa di cari amici che si confidano e si preparano al futuro, senza risultare sguaiati o – peggio – mantenendosi austeri come tradizione vetero – natalizia impone. Come gioire meglio che con la musica e, soprattutto, la danza? I testi coinvolgono nella gioia del Natale, i ritmi occitani rivivono nell’elettronica (più contenuta che nei passati episodi discografici dei Gai Saber), strizzando l’occhio al mondo celtico, al drum’n’bass, al reggae e riuscendo nell’impresa di non far sembrare (quasi) nulla fuori luogo: solo un paio di momenti un po’ troppo “pop” stridono. Tra Vangeli apocrifi e passi di anticaglia, cibi tradizionali e nomi provenzali, rischierete di cantare “viva l’enfant novel!” per tutto l’anno.

L’isola che non c’era -  Rosario Pantaleo – novembre 2010

Atmosfere morbide, suoni sognanti, orizzonti pieni di malinconie e di speranze. “Angels pastres miracles” racconta di momenti di vita e di cultura occitana e le canzoni della tradizione natalizia, proposte dal gruppo dei Gai Saber, prendono vita in maniera naturale, ed il loro ascolto ci cala in un mondo lontano. Un mondo forse mitizzato ma, certamente, ricco di sfumature, stupori, leggende; un mondo capace di ascoltare ogni piega della natura, ogni stormire di foglie di un bosco. Un mondo capace di leggere nella natura il segno del cambiamento, il desiderio d'essere parte dell'universo pur consci della propria piccolezza. Tutti i brani proposti sono parte della tradizione occitana, tranne Pastres de l'Argentiera che mantiene il testo originale mentre la musica è stata scritta da Sergio Berardo. Quando si parla di musica delle terre occitane è immediato il rimando alla storia musicale dei Lou Dalfin ma mentre questi hanno un approccio potente e travolgente, quasi da gruppo rock, i Gai Saber riescono a mantenere un profilo più folk, maggiormente legato all'originalità dei brani che propongono.
“Angels pastres miracles” è un lavoro che entra nelle musiche e nel tempo del Natale cercando di inscrivervi il proprio marchio, la propria originale lettura di un tempo così particolare, di una dimensione magico-religiosa a cui tutti, bene o male, siamo legati per ragioni di nascita ed educazione. Un album da ascoltare con molta attenzione, quasi in meditazione, gustando le canzoni con cura, prendendosi tutto il tempo necessario per assaporarne i vari passaggi ed atmosfere, per scendere nelle sue viscere emotive, per entrare in empatia con un mondo che non vuole soccombere di fronte all'omologazione imperante. Quella omologazione tanto facile da abbracciare ma dalla quale si rimane soffocati. Ma questa non è dimensione che interessa né a chi scrive né, presumo, a chi ci legge.
Ovviamente tutti i testi sono in lingua occitana. Nel libretto allegato al CD è contenuto sia il testo originale che la traduzione
http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/angel-pastres-miracles

BLOW UP – Piercarlo Poggio  dicembre 2010

Per distinguersi da chi sotto le feste ascolta il gospel, niente di meglio che queste "Canzoni di Natale dell'Occitania" con tanto di angeli in volo e pastori transumanti. Nell'occasione i Gai Saber si mettono le vesti degli esecutori, andando a riscoprire i brani della tradizione che rimontano fino al Medioevo. Lo fanno naturalmente a modo loro, però assai più in souplesse del solito, riducendo di molto l'apparato digitale che ne aveva contraddistinto gli esordi. A beneficiarne è l'intreccio delle voci, con quella di Chiara Bosonetto più eterea che mai. A quattro anni esatti dal precedente e quarto "la fàbrica occitana" la maturità è definitivamente raggiunta (7/8).

POPOLI MINACCIATI – dicembre 2010

La ricchezza delle culture minoritarie europee si esprime anche attraverso i canti natalizi.
Lo conferma Angels pastres miracles. Chançons de Nadal en Occitania (Felmay, 2010), il nuovo  CD di Gai Saber, uno dei gruppi occitani più famosi.  Negli undici brani del disco il gruppo reinterpreta alcuni canti scelti fra i Novés Occitani, le canzoni tradizionali che venivano eseguite soprattutto in Provenza nel periodo natalizio, ma delle quali abbiamo importanti testimonianze anche nel territorio occitano d'Italia. I testi e le musiche fanno rivivere il mistero della nascita e dell'infanzia di Gesù, senza dimenticare i racconti affascinanti e magici dei Vangeli apocrifi. In queste canzoni popola-ri, drammatizzate fin dal Medioevo, si ritrova la semplicità del mondo dei poveri, che spesso sono i veri protagonisti dei racconti. Un messaggio di fiducia, aiuto e simpatia per gli umi-li e gli oppressi, messaggio di cui la società attuale, travagliata da crisi e conflitti, ha sempre più bisogno.
Nel disco compaiono Chiara Bosonetto (voce), Alex Rapa (chitarra, bodhran, voce), Simone Lom-bardo (cornamusa, ghironda, flauti), Maurizia Giordanengo (organetto), Elena Giordanengo (ar-pa, tamborin, galobet, voce) e Lorenzo Arese (batteria).
Il gruppo, nato nel 1992 nell'area linguistico-culturale occitana, ha partecipato a numerose rassegne e festival in Italia e all'estero. Sicuramente si tratta di uno dei gruppi più im-portanti nel campo della musica tradizionale che guarda con interesse alle sollecitazioni of-ferte dalla modernità
www.popoliminacciati.org

RECENSIONI : LA FÀBRICA OCCITANA
www.ilmucchio.it
Settembre 2006
Gai Saber
La fàbrica occitana
Felmay

Ascoltando la musica del gruppo occitano è “fermento” la parola che viene in mente. La “fàbrica” è un assalto febbrile, in cui l’orgoglio si mescola alla curiosità. Tanto da coniugare il verbo d’oc con suoni programmati e sintetici, quando occorre, sempre mischiandolo con i più diversi influssi.
L’espressione artistica della gente occitana non può prescindere dall’appartenenza, a partire dalla lingua utilizzata. Ma il protezionismo, nel caso dei Gai Saber, si ferma qui. Il quarto album dei trobadorici è coinvolgente, il gruppo delle valli cuneesi è come una piccola orchestra, un settetto – con l’aggiunta di un bassista in oltre la metà dei brani - che funziona a orologeria, con sovrapposizione di parti vocali ed estrema varietà timbriche e melodiche: organetto, ghironda, flauto, darabuka, mandolino, canti femminili e maschili. Siccome i Gai Saber ritengono che la tradizione lasciata a se stessa e riproposta fedelmente risulti sterile, non produca più nulla, s’industriano allora a tradirla senza offenderla mai. Anzi, scoprendo legami non visibili e suggerendone di assai stimolanti.
Così “L’òme que beica la television” è una specie di appuntamento tra una giga irlandese e i Transglobal Underground; “Volam dins l’aire” è una filastrocca rotonda in levare; “Vautre que sias assembla” si nutre di sospensioni e sonorità elettroniche; “Clar de Blòi”, nel rimandarci a climi nettamente sudamericani, ci rammenta che la lingua d’oc fu una delle prime espressioni delle letterature neolatine: insomma dalle Alpi alle Ande (www.gaisaber.it).

Gianluca Veltri
Folkroots N. 281 – NOVEMBRE 2006
La Fabrica Occitana - Gai Saber - 16.99
Felmay (www.felmay.it)

L’ensemble Gai Saber tenta di unire lo spirito, la musica e la cultura della regione occitana del nord Italia con i suoni e le tecniche dell’ elettronica contemporanea. Il loro precedente album, Electroch'oc, si sforzava di ottenere la giusta miscela, ma questa nuova realizzazione costituisce un miglioramento importante. La strumentazione elettronica è molto più sofisticata e la band è diventata sempre più abile nell’ integrare gli estremi contrastanti di folk ed  elettronica. Ci sono pochi brani tradizionali rappresentati, e la maggior parte del materiale è originale ed esamina il posto della cultura occitana nel mondo moderno, con  canzoni come Occitania Que T'en Vas (Occitania che se ne va) -  una dichiarazione forte di orgoglio occitano -  e Garda Aquesta Tèrra, una canzone sull'ecologia impostata su di un ritmo vivace di bourreè. La band sembra vedere i mass-media come uno dei colpevoli del calo dell'identità regionale. L'òme Que Beica la Television si infuria contro la manipolazione della TV, mentre  Musica libra critica la programmazione omogeneizzata della radio e la mancanza di attenzione e trasmissione della musica e cultura regionali. La maggior parte dei lettori dei fRoots potranno facilmente identificarsi con questa canzone particolare. – Michael Hingston www.folkforum.nl

La fàbrica occitana
ottobre 2006
http://www.folkforum.nl/content/view/7607/55/

Che sviluppo c’è in questo disco! Il disco precedente degli italiani Gai Saber era già buono, ma questo nuovo disco è brillante. Come Fiamma Fumana il nesso è la mescolanza tra la musica tradizionale ed i moderni elementi elettronici. La differenza rispetto a Fiamma Fumana è che il lato techno è sostituito qui da vari stili e ritmi della musica contemporanea di tendenza. Nella Fàbrica occitana si possono trovare numerose influenze, dall’electro al reggae al pop e ancora oltre. Anche le parti cantate come quelle ritmiche diventano elementi di loop e di trattamento elettronico nell’insieme. La mescolanza suona armoniosa e fresca senza che la tradizione sia gettata via. Ogni purista che rifiuta l’innovazione in quanto non interessante o non sincera dovrà rimangiarsi l’opinione durante l’ascolto di Chalendas de mai, Volam Dins L’aire, Garda aquesta tèrra. O, in realtà, durante l’ascolto dell’intero disco. Poiché la musica tradizionale moderna non ha suonato mai così organica ed autentica. Dunque, anche i fans di bands come Urban Trad e Fiamma Fumana dovranno necessariamente, più che potere, apprezzare questa versione più calma di musica etno-digitale. E’ il disco folk del 2006?

Martijn van Gessel
Folk Bulletin n. 225
Settembre – ottobre 2006
La fàbrica occitana
Felmay

A quattro anni dallo sperimentale e sorprendente “Electroch’òc”, disco che rivisitava con l’uso dell’elettronica testi e melodie della tradizione occitana, i Gai Saber continuano il loro percorso di recupero della lingua d’0c in musica con la Fàbrica occitana, rilanciando la loro scommessa e puntando su nuove incursioni musicali in territori affini al trip-hop. Questa nuova forma di contaminazione folk affascina fin dal primo ascolto, soprattutto perché i tratti della tradizione non mancano mai, come dimostra la perfetta integrazione nel nuovo sound degli strumenti tipici dell’Occitania come la ghironda, la cornamusa, l’arpa ed il flauto. I testi rispecchiano i temi che da sempre sono cari alla band occitana, ovvero i forte senso di appartenenza alla loro terra ed alle loro tradizioni. Rispetto ad “Electroch’òc” questo disco suona molto meno sintetico e soprattutto offre la possibilità di apprezzare anche le sfumature acustiche della tradizione occitana. Brani come “Clar de Blòi” (luce di azzurro), “Chalendes de mai” (Calende di maggio), “Garda aquesta tèrra” (custodisci questa terra) trasmettono una bella dose di energia con tanto di incursioni ora nel punk ora nel reggae, ma è con “Vautre que sias assembla” (Voi che vi siete riuniti) che tornano alle origini, portando alla luce un gioiello di musica provenzale con tanto di splendida voce femminile e ghironda distorta. La tiratissima “L’òme que beica la television” (l’uomo che guarda la televisione) mette in luce il lato più velenoso dei Gai Saber, che non risparmiano critiche aspre ai mass-media per eccellenza mentre “La vierge” (La Vergine) è una splendida preghiera laica alla vergine Maria. “La fàbrica occitana” è una delle sorprese di questo 2006, e soprattutto la piena conferma di tutte le qualità dei Gai Saber

Salvatore Esposito
Blow Up n. 100 – Settembre 2006
Gai Saber
La fàbrica occitana – Cd Felmay/Egea

Il quarto album dei sette cuneesi Gai Saber suona bene ed ironico fin dal titolo, sorpassando di parecchie incollature il precedente (2002) e per certi versi rivoluzionario “Electroch’òc”. I continui concerti in giro per l’Europa hanno evidentemente affinato l’arte del gruppo, in grado qui di prodursi con maggiore equilibrio nella loro sintesi di ritmi digitali e liriche, per quanto declamate al presente, di ascendenza trobadorica. Dire che si siano dati una calmata tecnologica non è esatto. Piuttosto c’è un diverso uso del mezzo, più fine, espressivo e maturo, che invece di violentare le curente e le bourèes le invita con gentilezza a riprendere la danza. Per l’occasione i Gai Saber posano cioè l’accetta e mettono mano a scalpelli e sgorbie affilatissimi, allo scopo di dare forma finita al tronco grezzo della loro immaginazione. E’ il modo in cui mettono a punto i particolari a convincere, sono gli sgusci, gli intagli e i ceselli fatti con abilità ed attenzione sul corpo dell’eredità occitana, a cui nulla viene tolto ma semmai dato. Almeno un paio di brani (Occitania que t’en vas, Musica libra) possiedono un appeal radiofonico di tutto rispetto.

(8) Piercarlo Poggio
www.mescalina.it – settembre 2006
Gai Saber
La Fàbrica occitana
http://www.mescalina.it/musica/gruppi/disco.php?id=1317

La storia della nuova musica Occitana la conosciamo un po’ tutti ma è giusto ogni tanto ricordarsi di gruppi come Lou Dalfin, Lou Seriol e gli stessi Gai Saber, i quali furono determinanti durante la seconda metà degli anni novanta, sulla scia dell’esperienza della canzone popolare francese e con il contributo della Ciaparusa in Italia, a salvare la diffusione della cultura d’Oc dal rischio di cadere in disuso.
Ebbene è passato più di un decennio e gli stessi gruppi sono ancora nel pieno di una fertile attività musicale e pare anche abbiano mantenuto lo stesso spirito di un tempo.
Ascoltare La Fabbrica Occitana nel 2006 diventa un fatto assai curioso, perchè i Gai Saber rappresentano l’anima più sperimentale della scena folk citata poc’anzi (si pensi al precedente album “Electroch’òc”). Se i loro lavori erano spesso improntati sugli abbinamenti tra elettronica e tradizione Occitana, oggi rimane l’impressione di un lavoro di poca ricerca ma di buon impatto melodico.
Per questo diventa doveroso esaltare il fascino del brano “Chalendas De Mai” che sulla scia degli Agricantus rilascia un ottimo esempio in cui viene sfumata un’atmosfera medioevale con un’elettronica ben arrangiata. L’onda creativa riesce a tenere un ottimo livello melodico grazie ad un folk tenace che in “Occitania Que T’en Vas” viene esaltato dagli strumenti acustici e da quel tocco sonoro tipicamente iberico; flauto, ghironda (ovviamente), organetto, e arpa celtica legano le tradizioni di questo popolo con l’umiltà artistica di tante minoranze etniche europee come i Catalani, i Baschi o la vastità della cultura celtica; per questo un brano come “Clar De Bloi” è un passo decisivo nella componente tradizione e nella convivenza tra elettronica e strumenti acustici.
I testi cantati rigorosamente come da tradizione in lingua d’Oc, sono concentrati su un tipo di comunicazione semplice: non viene rifiutata la tendenza ai testi politici o meglio di estrazione libertaria (“Musica Libra” e “La Fabbrica Occitana”) e nel contempo viene eseguito il lavoro di recupero come ci suggerisce il bellissimo canto tradizionale natalizio “La Vierge”.
Verso il finale bisogna fare i conti con un po’ di marasma sonoro e qualche calo di idee (“Vautré que Sias Assembla”) ma la Fabbrica Occitana rimane l’ennesima certezza tra una delle più belle forme culturali di casa nostra.

Vito Sartor
http://www.rootsworld.com/reviews/gaisaber06.shtml
Gai Saber
La Fabrica Occitana
Felmay (www.felmay.it)

Sono passati quattro anno dallo sbalorditivo album dei Gai Saber Electroch’òc, un disco pieno di tecnologia tagliente e radicale rivisitazione delle melodie e testi tradizionali occitani. Per chi non ha dimestichezza con gli obiettivi della band, Gai Saber cerca di preservare la lingua d’Oc, guardiani di una cultura all’incrocio di influenze italiane, spagnole e francesi. Attraverso gli anni, essi non sono stati certo intimoriti dalla sperimentazione, ed i loro albums svoltano bruscamente dal puro folk rock all’ambiente drum 'n' bass, al punk ed alle ballate medievali. Mentre Electroch’òc iniziava con suoni elettronici distorti e “sporchi”, la prima traccia de La fàbrica occitana è molto più tradizionale. Il prodotto ha un sound più live (specialmente la batteria) ed è più acustico. La band comincia a mostrare i suoi colori dalla seconda traccia, Clar de Blòi (luce di azzurro), con un segmento iniziale di voce parlata, che pur non essendo certamente un rap, altrettanto certamente costituisce un elemento nuovo per il gruppo.
E’ la terza traccia, Chalendas de mai (calende di maggio) che stabilisce la linea conduttrice del resto dell’album. Grande energia, fino in fondo, ed uno scorrevole intreccio di elettronica con suoni di erpa, ghironda, organetto e cornamusa. Chalendas de mai ha un delizioso lento incedere reggae sostenuto da una ghironda distorta e da un arpa brillante. Per una canzone sulla rigenerazione della natura, il groove reggae è certamente appropriato, trattandosi della stagione del sole e della pioggia.
Gran parte delle canzoni de La fàbrica occitana parlano di modernizzazione, globalizzazione ed orgoglio della propria terra. “garda aquesta terra” (custodisci questa terra) ha una furia quasi punk, allo stesso modo, “Lòme que beica la television” (l’uomo che guarda la televisione) è un’accusa infuocata ai mass-media, e corre lungo una linea di sinth tenebrosa prima di ritornare a un sound heavy rock. Le canzoni dei Gai Saber sono sempre rese più intense dall’abile alternanza tra voci maschili e femminili, e questo è uno degli elementi che contribuisce a rendere il suono della band così differente dagli altri gruppi che sono emersi dal folk revival italiano.
I temi sociali degli ultimi Gai Saber sono più nettamente in sintonia con i loro sforzi passati, ma le vette reali di questo disco sono due canzoni natalizie che ricevono il trattamento elettronico della band. “Vautre que sias assembla” (voi che vi siete riuniti), una dolce canzone provenzale, suona con una ghironda distorta, batteria frammentata, e una delicatissima voce femminile variamente effettata. Qui c’è anche un intento politico: nel forzare la musica tradizionale natalizia nel mix elettronico e rendendola così contemporanea, la band dimostra che le forze della globalizzazione che disorientano la tradizione possono essere usate per contribuire all’attualizzazione della cultura tradizionale occitana. Puoi chiamarla evoluzione all’indietro, se vuoi, ma il Gai Saber sa come mantenere la propria identità musicale nel mezzo della confusione e del caos della civiltà contemporanea. Gai Saber può sembrare più acustico nel 2006, ma in questo disco c’è tantissima elettricità, sia sonora che culturale.

The music of Provence
http://www.geocities.com/pherlevi/crankycrowprovencemusic.html

........All’altro estremo, Il Gai Saber dal Piemonte, Italia, sposa nei suoi dischi l’antica tradizione dei trovatori con i ritmi moderni e l’elettronica. La Fàbrica Occitana (Felmay), è caratterizzata dalle ricche armonie vocali cantate in dialetto occitano collocate fra gli strumenti tradizionali di quella regione fra cui arpa, organetto, ghironda, flauti cornamuse, varie percussioni. Purtroppo, ma sono una voce isolata di dissenso, ritengo che l'elemento elettronico metta in secondo piano le ricche armonie vocali ed il tessuto musicale degli strumenti tradizionali. Tuttavia, mi sono divertita ascoltando le prime tre tracce. Anche se non sono un’amante dell’elettronica, (io rabbrividisco quando la sento), le buone notizie sono che la lingua di Occitana e la cultura di questa regione italiana possono raggiungere un pubblico più vasto. E magari qualcuno che sente questa musica cercherà qualcuno dei più anziani che ancora parlano questa lingua e che suonano la musica tradizionale.

Patty-Lynne Herlevi
La Brigata Lolli - www.bielle.org
Gai Saber: "La fabrica occitana"
Giorgio Maimone

Convincenti, carichi e mai banali. Ancora a conferma che in provincia e fuori dai circuiti ufficiali nascono le musiche e le canzoni migliori. Gai Saber è una sferzata di talento occitanico che ci colpisce in piena faccia come una sferza di vento dopo la pioggia. Sono sette più due ospiti, fanno musica folk acustica, “imbastardita” con elementi elettrici, trip hop e jungle, e di altre culture (darbuka, hurdy gurdy, melodeon, bodhran, djembe). Tra i brani più immediati “Occitania que t’en vas” e soprattutto “La fabbrica occitana” che dà il titolo al disco e che è ispirata di sicuro a “Vedrai come è bello” di Gualtiero Bertelli. Nota di merito per la copertina e per il libretto, documentato e proposto in quattro lingue (occitano, italiano, francese, inglese). Vengono dalle valli occitaniche (Cuneo) e stanno assieme dal 1992.

World Music Magazine - luglio - agosto 2006
GAI SABER – La fàbrica occitana
Guido Festinese

Si parla di globalizzazione, di conflitti sottotraccia ed evidenti, di tolleranza e di cattiva informazione sui teleschermi, di identità da difendere e da ricostruire nel nuovo disco dei Gai Saber, alfieri della cultura musicale occitana alla ricerca di sempre nuove e problematiche sintesi tra tradizione e modernità. Un disco attuale come e più di molto rock di tendenza, insomma, sulla scia di quel folgorante “Electroch’òc”, che qualche anno fa diede un salutare scossone alle acque un po’ stagnanti di questo folk. Resta e si conferma il passo baldanzoso ed arrembante dei Gai Saber, un combat folk senza sensi di colpa con singolari consonanze con quanto si produce nel meridione d’Italia e nei lembi più orientali della penisola. Il gruppo di Peveragno ha ancora molto da dire, e, se vi capita di ascoltarli dal vivo, il piacere è raddoppiato.

Jam- giugno 2006
GAI SABER – La fàbrica occitana
Roberto Caselli

La tradizione occitana traccia una ulteriore nuova frontiera grazie al nuovo lavoro dei Gai Saber. La delicatezza della poesia trobadorica si sposa con il trip-hop e va a costituire una intrigante nuova forma di comunicazione sonora, capace di affascinare ed allargare la valenza con positiva del gruppo.
La fàbrica occitana consiste in una decina di canzoni cantate in dialetto e perfettamente in bilico tra tradizione e tecnologia. Gli strumenti popolari come la ghironda, la cornamusa, l’arpa, il flauto ed il mandolino vengono abilmente mischiato alle programmazioni digitali è il suono che ne esce è perfettamente strutturato in modo da non presentare alcun iato che possa disturbarne la continuità. I testi sono quasi tutti centrati sull’affetto nei confronti della propria terra e sulla comunità che rischia sempre più di scomparire.
Il merito dei Gai Saber è quello di aver contribuito a dimostrare che la tradizione popolare può mantenersi viva anche attraverso rivitalizzazioni dei suono in sintonia con il presente.

Rockerilla - giugno 2006
GAI SABER – La fàbrica occitana
Elio Bussolino

Quale strada migliore per valorizzare le radici di una cultura locale di quella che passa anche per il presente? I Gai Saber hanno avuto questa semplice e geniale intuizione già una decina di anni fa e vi si sono applicati con grande coerenza e pari determinazione.
I risultati non hanno tardato a premiarli,  tant’è che sono da tempo una delle realtà più interessanti ed apprezzate all’estero dello scenario world nazionale, un gruppo capace di coniugare con estrema naturalezza la ricca tradizione musicale della “nazione che non c’è” – quella occitana per l’appunto – con le sonorità electrodance contemporanee.
Che poi riescano anche a dare al tutto profondità e spessore cantautoriale, è giusto una prova in più della bontà e dell’efficacia della loro formula.

Ousitanio Vivo – luglio 2006 (in corso di pubblicazione)
GAI SABER - La fàbrica occitana
Dunya Records/Felmay, 2006
Enrico Lantelme

La fàbrica occitana, il nuovo lavoro dei Gai Saber pubblicato nel giugno 2006 per l’etichetta  Dunya/Felmay,  rispecchia nel suo nome gli intenti del gruppo: una fabbrica occitana in quanto laboratorio di idee e di progetti. Con questo disco si evolve, a mio parere, la cifra stilistica del gruppo, ormai noto come alfiere del folk elettronico ben oltre i confini nazionali. Innanzitutto è evidente in questo disco la nascita di una vera e propria impronta corale. Caratteristica quasi unica nel panorama musicale occitano italiano, è stata ed è invece pratica comune al di là delle Alpi, dove si è sviluppata negli anni attraverso elaborazioni di intervalli dissonanti con una coralità "francese -nizzarda", ed ampio uso di quarte e seste fin dai tempi antichi (vedi Malicorne, Mont-Joia, Corou de Berra ecc) Le armonizzazioni della “fàbrica”, mai banali, appartengono invece alla nostra tradizione, più solare e meno artificiosa, che usa spesso terze, toniche e ottave. Un applauso per il recupero di questa tradizione vocale del cantare in gruppo, senza cedere alla moda. "Occitania que t'en vas" è il brano più rappresentativo di questa tendenza, in cui la musicalità occitana dei Gai Saber si esprime attraverso una linea melodica ed un'armonizzazione trascinante e solare.
Un' altra cifra stilistica della Fabrica, presente in molti brani, è l'architettura ritmica. L'impianto generale può essere accostato ad esperienze varie (mi vengono in mente les "Negresses Vertes"), la nuova immagine ritmica è più matura rispetto al passato, più aperta verso la world music, più ricca di contributi mediterranei. A tutto ciò è stato sovrapposto spesso una linea drum ‘n’ bass e  molte invenzioni ritmiche, dai tamburi alla street-dance, che, mescolate insieme, creano un'impronta sonora molto originale. Qualcosa di sospeso tra citazioni tipo Nux Vomica, La Fabrique, Jan-Marì Carlotti e una fresca vena inventiva molto, molto personale, che piacerà moltissimo ai giovani. Non sapremo mai se, a parte i Gai Saber ancora in tenera età, gli altri abbiano accondisceso a questa allegra tendenza per passione oppure per dimostrare che quello che conta è essere giovani dentro. Come direbbe Alessandro Baricco.
Si possono dire ancora due parole a proposito della grandissima inventiva musicale: il cd è davvero una piacevolissima sorpresa e questa è, specialmente in un'epoca in cui tutto è allineato e convenzionale, una dote molto rara. I Gai Saber dimostrano che non ci sono confini nella creatività musicale, regalandoci la meraviglia di una continua scoperta …L' esempio per me più riuscito di questa notevole verve compositiva è "L'ome que beica la television": grandioso! L’impronta stilistica qui viene fuori in tutta la sua esuberanza e in più questo brano è arricchito da un testo molto graffiante sullo stato della nostra "informazione"!
In conclusione, mi sembra che quello dei Gai Saber sia un genere nuovo, che mette insieme molte esperienze  (in certi momenti ho colto suggestioni compositive vicine a Battiato, in altri atmosfere dell'ultimo De André e persino felici immagini che mi ricordano gli Inti Illimani) senza copiare da nessuno e soprattutto senza paura di rischiare nuovi accostamenti. Inoltre questo è un disco che fa "muovere": la piazza lo dimostrerà sicuramente. E' anche un lavoro musicale molto curato e dimostra grande maturità vocale e strumentale: anche i passaggi veramente difficili sono eseguiti con naturalezza e con grande espressività. E poi è un messaggio di fede occitana e di critica alla superficialità dei nostri tempi (da leggere con attenzione i testi!) che non passerà inosservata. Anche perché sento che la forza espressiva della musica dei Gai Saber non potrebbe essere tale senza forti motivazioni. Per fortuna!!!

Enrico Lantelme
studioso di etnomusicologia e regista RAI
Agenda rock online n° 31
(Sabato 8 luglio  2006)
Paolo bogo

Al Nuvolari Libera tribù di Cuneo il 6 luglio erano di scena i Gai Saber (www.gaisaber.it), la formazione di Peveragno che è diventata in questi anni una vera e propria star della world music internazionale e che troppo spesso, dalle nostre parti, viene scambiata semplicemente per un ennesimo gruppo di musica occitana. Che le cose non stiano affatto così lo potete scoprire facilmente voi stessi, magari  con qualche ricerca su Internet: parlano di loro (e spesso benissimo) giornali specializzati letteralmente ovunque, dal Giappone agli Stati Uniti, dove ad esempio ci sono radio che trasmettono con successo le loro canzoni dei loro album, compreso l'ultimo, "La fabbrica occitana", uscito qualche settimana fa. Al Nuvolari, aiutati dai bei suoni realizzati del loro capace fonico di fiducia (Luca Ivoi), hanno offerto uno show allegro e vario, a cavallo tra toni festaioli e momenti più introversi, dove suoni e melodie tradizionali (occitani e trobadorici) si mescolavano al rock, all'elettronica e a influenze quasi latine, in un riuscito melting pot che in teoria non avrebbe nessuna chance per funzionare. Di fronte a questa ricchezza di ingredienti e di suggestioni,  gli insopportabili fanatici delle danze occitane tra il pubblico e, sul palco, certi toni eccessivamente urlati e alcune presentazioni (spesso più grossolane che simpatiche) delle canzoni  c'entrano davvero come i cavoli a merenda.
A proposito: non trovate che alcuni pezzi dall'ultimo disco dei Gai Saber ricordano gli Ustmamò del secondo periodo?

RECENSIONI - ELECTROCH’ÒC
Eddy Cilia - MUCCHIO SELVAGGIO

Una brutta, brutta copertina, con l’unico pregio di fare chiarezza: è questo un cd in cui l’elettronica ha un peso determinante. E così ho detto quanto avevo da dire di negativo sul terzo album, a tre anni da "Esprit de frontiera" (buon segno quando la gente si prende il suo tempo per fare i dischi) dei piemontesi - meglio: occitani - Gai Saber. Posso per il resto solo lodare un lavoro che segna enormi passi in avanti rispetto ai predecessori e a cui questo inserto (n.b "Fuori dal Mucchio") va stretto. Quanto l’album prima faceva intravvedere, un aggiornamento della secolare tradizione dei "trobadors", in "Electroch’òc" si compie e più che di contaminazione è di autentica fusione che si può parlare. Sempre intriganti e talvolta straordinari gli esiti. Ad esempio in "Quan lo rossinhols escria", testo di anonimo del XII secolo su una base quale avrebbero potuto realizzare dei Moving Hearts intrigati dal trip-hop. Ad esempio in "Sentiment embrolhat", che sistema una ritmica drum’n’bass sotto una melodia altamente evocativa. Ad esempio nel solenne, marziale girotondo di "Quora sarei já luenh". Ove "Joinessa mai que mai" azzarda persino slarghi dub che lo rendono l’episodio, se non più riuscito, certo più coraggioso. Non mi vengono in mente altri in Italia (e pure cercando altrove pochissimi sono i nomi citabili) che abbiano con altrettanto ardire e successo tentato una così profonda compenetrazione tra folk ed elettronica.
Guido Festinese – WORLD MUSIC MAGAZINE
Potrebbe davvero essere uno choc (salutare), per chi crede solo in una riproposta fossilizzata e museale del patrimonio folk, questa nuova avventura dei Gai Saber, gruppo di prima grandezza della cultura occitana. Azzardo e rischio totale, nel cercare punti d'incontro possibili (non giustapposizioni meccaniche) fra ritmi antichi e frementi battute sintetiche, magma elettronico e gioioso stridio di ghironde e archi. Il punto di partenza è sempre lì, nelle danze popolari come scottish, borreia, mazurca, corenta, nelle melodie dolcissime che conosciamo in mille versioni, nei testi trobadorici d'autore o remoti e anonimi. Poi scatta la reazione chimica, e la lingua d'òc inizia la danza in un atmosfera satura di fremiti elettronici, di battute, di echi e delay che avvicinano ed allontanano la "polpa" sonora. Il primo ascolto è piacevolmente frastornante, il secondo fa diventare Electroch'òc un disco necessario da approfondire e gustare in ogni sfumatura.
Alessandro Rosa - LA STAMPA - DAL SENEGAL A CUNEO È SEMPRE MUSICA ETNO
(Youssoun N'Dour, Sally Nyolo [Zap Mama], Cesaria Evora, Gai Saber) [...] Dopo tanti sentieri d´Africa prendiamo la rotta di casa e sulle montagne del cuneese s´incontrano le originalità della musica occitana, l´eredità di antichi «trobadors» di lingua d´oc. Una cultura che è rifiorita negli ultimi anni e oggi c´è chi ha pensato di sposarla con le atmosfere jungle, vestirla di ritmi campionati da discoteca. Riuscito innesto ricco di freschi sapori, abili intuizioni, armoniche soluzioni tra caratteristiche tanto lontane lo vantano i Gai Saber, titolari di un interessante disco dal giocoso titolo «Electroch´òc» (Bagarre Records, 1 Cd). Dieci episodi in cui personaggi del passato e le loro gesta si prestano a popolare quadretti sonori dove strumenti acustici ed elettronica si mimetizzano nelle assonanze dando nuova, interessante linfa alla ricerca musicale popolare.
Loris Böhm - Traditional Arranged
[...] a tutti gli effetti risultano il gruppo più rappresentativo a livello europeo per la musica occitana italiana. Numerose le composizioni e le musiche a loro firma, e sono proprio queste ad essere le più convincenti del disco, segno che la strada da loro intrapresa è quella giusta. Non saprei citare un brano che si evidenzia rispetto ad altri; come al solito ogni pezzo ha un suo messaggio e qualcosa che lo contraddistingue, ma anche i classici "La dançarem pus" e "Diga, Joaneta" sono talmente stravolti che si fatica a riconoscere la matrice originaria. Un disco che, appena terminato, ti impone di premere il tasto "repeat" del lettore... tanta è la voglia di assaporare ogni sfumatura sfuggita al precedente ascolto, quale giudizio finale potrebbe mai ricevere?? Onestamente, di tutte le produzioni discografiche che mi arrivano settimanalmente, devo confessare che ben poche mi inducono a schiacciare quel fatidico tasto. Un lavoro fatto con amore e con tanto sudore, un rispetto, oltre che per la tradizione occitana d'origine, anche dell'ascoltatore: continuo ad ascoltarlo e devo ammettere che ogni sfumatura, ogni passaggio, ogni ritmo è meditato e non casuale... un lavoro di alta classe ed è subito stella.

Massimo Pasquini - MUSICA! (recensione pre-realised cd)
GAI SABER, BRIVIDI DI AUTENTICO PIACERE

I trovatori occitani, in procinto di licenziare il loro prossimo cd, ci hanno inviato in assaggio un paio di pezzi. Rispetto ai brani pubblicati in precedenza, i musicisti piemontesi accentuano la svolta stilistica a favore dell’elettronica. Il risultato sembra entusiasmante; l’innesto della ricchissima tradizione orale, delle sonorità strumentali e del canto in lingua d’Oc sui ritmi campionati e le atmosfere jungle produce all’ascolto brividi di autentico piacere.

Andrea Dani - ROCKERILLA

[...] "Elettroch'Oc" è il racconto di un suono che abbandona l'ispirazione popolare di base, che pure permane nell'appartenenza di ogni ritmo ai canoni ritmici della tradizione, per intraprendere le strade della contemporaneità dell'espressione elettronica, osando accostamenti insoliti tra strumenti millenari e dancefloor figli di campionamenti della generazione britannica di fine secolo XX. [..] i Gai Saber non nascondono l'ambizione di far diventare la lingua d'Oc l'idioma ideale della Contaminazione post-world music.

Massimo Cotto - Hobo - Radio RAI 1

"...su questo canto suggestivo in lingua d'òc, in sostanza su tutto ciò che è memoria, che è passato, s'inseriscono atmosfere jungle, ritmi campionati, in sintesi tutto ciò che è strada di oggi, sguardo sul futuro, vita del presente".

Arturo Stalteri - Fuorigiri – Radio RAI 2

"...un progetto di ricerca che mantiene ben saldo il legame con la lingua e la musica dell'Occitania d'Italia, ma vede anche lontano e guarda avanti.

Daniel Gordon - Radio BBC Europe ("World Today")

An Italian band called Gai Saber plays modern music in Occitan to draw more young people to the language.

Benedetto Delle Piane - ROCKIT.IT

Sempre, o quasi, le intersezioni tra generi differenti mi lasciano perplesso in prima battuta, in particolar modo se sembrano studiate a tavolino. E sulle prime ammetto che l'idea di un'intersezione di elettronica con la tradizione occitana mi era sembrata cosa creata ad hoc per attirare l'attenzione del pubblico su di un'ennesima ricerca sonora fine a se stessa.
Eppure, sin dal primo ascolto l' impressione si è rivelata decisamente sbagliata. Il doppio piano su cui si intrecciano elementi a prima vista totalmente discordanti - ossia una strumentazione rigorosamente tradizionale (ghironda, darabuka, cornamusa) che si fonde con suoni digitali, così come una rielaborazione di testi e musiche tradizionali (andando a ripescare fino al XII secolo!) che si amalgama alla perfezione con i brani originali - conferisce forza ed intuitività al disco. L'alternanza di diversi cantanti (voci sia femminili che maschili) da un'ulteriore tocco di varietà ad un disco che davvero riesce a stupire pressoché ad ogni traccia, senza mai indulgere in cliché di autocompiacimento, siano essi di genere elettronico o di genere popolare. Infatti l'ascoltatore si trova proiettato in un mondo a metà tra le feste popolari ("Onze passa dotze") ed i dancefloor ("Sentiment embrolhat"), in cui i Gai Saber incrociano tessiture di strumenti tradizionali con campionamenti e loop, creando una sospensione sonora fluida di strutture armoniche e melodiche che a volte suonano come vagamente già sentite, facendo parte di un bagaglio tradizionale, che è all'interno di ognuno di noi, e che però stupiscono per il nuovo sfavillante vestito che i Gai Saber hanno saputo cucir loro addosso.
Il risultato è un eccellente quanto omogeneo meltin' pot di modernità e tradizione, una tradizione in un linguaggio moderno delle parole della antica tradizione della lingua d'òc.

Lee Blackstone - ROOTSWORLD

Gai Saber return to the world music stage with their latest document from the Piedmont valleys, Electro Ch'oc. This is Gai Saber's boldest recording yet. Once again, they unabashedly celebrate the Occitan language and its medieval roots, but this is also a full-fledged dive into electronic experimentation for the band. Prior Gai Saber CDs were a grab-bag of stylistic influences, by turns folk, rock, and dance. Electroch'oc offers a more consistent vision that makes its radical soundscapes downright comforting.
The record begins with an electronic sound collage of muted tones and voices, before jumping into a sort of medieval-meets-drum'n'bass-trip-hop. "La dancarem pus" is a good example of the band at full throttle: Occitan rap-chanting, made disarming by both male and female voices, over a hip-hop dance track that shimmers with metallic bells. The chorus is loud folk-punk, with the guitar echoing the strumming of the Electric Light Orchestra's "Fire on High;" terrific, wild music. Likewise, the deep, deep bass in "Sentiment embrolhat" is enough to send shudders through your floorboards; add to that harp, accordion, bagpipes, and hurdy-gurdy, and you've got pure poetry for ancient tongues. It is a testament to Gai Saber's obvious confidence at fusing genres that the group's gorgeous rendering of a twelfth-century medieval text on "No sap chantan qui so non di" rivals the very best moments of Garmarna's ambitious "Hildegard von Bingen" project.
To be honest, I had trouble listening to Electro Ch'oc at home. I would play the CD repeatedly, but it mystifyingly failed to connect with me until I put the disc into my car stereo, and hit the road. There, under the autumn sky and with fall leaves blowing across the road, Gai Saber's music merged with a landscape in motion. If you are fond of pagan music for non-purists, Electro Ch'oc is as restless and challenging a release as you are likely to come across this year.

Christian Rath – FOLKER! (Germania)

 "Gai Saber" significa "sapere felice" nella lingua occitana ed anche l'incontro con questo CD, ora posso affermarlo, fa felici. Il terzo album dei Gai Saber "Electroch'oc" è una sintesi fascinosa tra cruda cultura etnica, moderni campionamenti e spudorate citazioni pop. Qui i Breakbeats ed i Sequencer non sono semplicemente mescolati sotto agli strumenti tradizionali (ghironda, organetto, flauto...): dei Gai Saber convince soprattutto il completo e riuscito inserimento della tecnica del campionamento. Uno di quei pochi folk-album che suonano realmente contemporanei. La band del Nord-Italia può approfittare certamente dell'interesse per la musica occitana che i Massilia Sound System (MSS) da Marsiglia hanno risvegliato (vedi Folker 3/2000). Certo nel Dub-Reggae dei MSS solo occasionalmente s'intrecciano i Folk-Samples, mentre i Gai Saber affrontano a tutti gli effetti la canzone occitana e le strutture da ballo tradizionali (fantastica "La Dancarèm Pus") e le presentano nel moderno stile dei sound-club. Oltre ciò la band di sette elementi, che canta esclusivamente in occitano, ha perfino una pretesa politico-culturale: vuole infondere nuova vita nella vecchia lingua minacciata dall'oblio. E ci ricorda che la zona di diffusione storica della Lingua d'oc (a cui la lingua catalana è più vicina del francese) non è limitata al Sud della Francia. Ci sono alcune valli nelle Alpi del Nord-Italia del Piemonte dove è ancora parlato l'occitano. La copertina del CD, memore del design industriale, indica comunque che i Gai Saber non curano nessun idillio da romantico paese di montagna. Non solo tradizione occitana, quest'album è una pietra miliare.  

Rafa Dorado – MARGEN AUDIO MAGAZINE (Spagna)

Partendo dai ritmi tradizionali della musica occitana, in quelle valli piemontesi dove ancora sussiste l'antica lingua d'òc, quella usata dai trovatori del XIV secolo per raccontare le loro storie, questo gruppo di sette elementi recupera buona parte di quel lascito e lo combina con i ritmi di oggi. Ghironde, cornamuse, organetti e arpe contrapposti a ritmi campionati e suoni sintetici. Il risultato è sgargiante, nostalgico e istruttivo, e dotato di una profonda sensibilità alla ricerca di nuovi timbri senza que ciò significhi svigorire l'antico, ma semplicemente adattarlo al pensiero attuale. Aggiungi a tutto ciò fluidità espressiva ed energia nell'esecuzione e otterrai uno dei migliori dischi del nuovo folk di quest'anno.

Gian Luca Barbieri – LA CRONACA DI CREMONA
UN VIAGGIO SONORO DALL'OCCITANIA AL TRIP-HOP

Gai Saber è un nome ben noto tanto agli amanti della musica celtica quanto ai cultori della musica di ricerca e della musica colta in genere. Il loro progetto infatti è estremamente originale e interessante, e rientra in un ambito di contaminazioni e sperimentazioni che potrebbe scontentare tutti, e che, per una serie di alchimie, appaga invece anche gli ascoltatori più esigenti. Alla base del loro lavoro, che si è evoluto attraverso tre cd ("Troubar r'oc" del 1997, "Esprit de Frontiera" del 1999 ed il recente "Electroch'òc"), si trova un esplorazione della poesia e della musica occitanica (sottolineata dai richiami alla lingua d'òc nei titoli delle loro raccolte) filtrata però attraverso influenze timbriche e ritmiche contemporanee, che spaziano dal trip-hop al rock, ai campionamenti, all'elettronica. Il rischio di un'operazione di questo tipo è evidente: le contaminazioni a volte funzionano, altre no. I Gai Saber invece riescono a produrre un tipo di musica talmente raffinata e affascinante che non lasciano alcuno spazio alle perplessità: strumenti acustici, elettrici ed elettronici si intrecciano con le voci e costituiscono un tappeto sonoro che non è un semplice recupero della tradizione occitanica, e nemmeno qualcosa di moderno: è altro, è un impasto irripetibile. Si veda la formazione di "electroch'òc" con gli strumenti usati per rendersi conto almeno in maniera approssimativa di cosa esca dalla fucina Gai Saber: Chiara Bosonetto (voce), Paolo Brizio (organetto, darabuka, mandolino e voce), Elena Giordanengo (arpa, galobet, voce), Maurizia Giordanengo (organetto), Sandro Serra (batteria), Maurizio Giraudo (ghironda, cornamusa, flauti, voce), Alex Rapa (chitarra acustica, arrangiamenti e programmazioni digitali, voce). E ancora i testi : "Quan lo rossinhols escria", tratto da un anonimo del XII secolo, "La Dançarem pus", con musica e testo tradizionale, "No sap chantar qui son no di" su testo e musica di Jaufrè Rudel (XII secolo). Altri brani sono scritti dagli stessi Gai Saber, rigorosamente in lingua d'òc e dotati di quella magia che solo le poesie medioevali di quella terra sanno trasmettere con i riferimenti all'amore, alla vita quotidiana, al lavoro, in un atmosfera sospesa ed unica che ciascuno di noi ha amato almeno sui libri di scuola.

Roberto Sacchi - FOLK BULLETIN
CONCERTO GAI SABER - Venerdi 5 luglio 2002 TRAVO (PC) - Festa della birra

A Travo, in Emilia, abbiamo fatto la conoscenza con la seconda festa della birra in Italia per consumi (dati Heineken). Il palco è di quelli che si vedono più spesso in televisione per il 1° maggio o per qualche megaconcerto rock di star internazionali. D'altra parte, il programma della Festa della Birra di Travo va in questa direzione, ospitando artisti di tendenza come Negrita o Meganoidi, e le installazioni devono essere in proporzione.
Ma parliamo di musica: quando abbiamo ascoltato il disco dei Gai Saber "Electroch'òc" (la cui recensione apparirà sul prossimo numero) ci siamo interrogati su come arrangiamenti così ricchi di basi e suoni di sintesi programmati avrebbero potuto essere proposti da un palco senza incidere troppo sulla spontaneità ed il calore della esibizione dal vivo. Bene, lo
spettacolo di Travo ci ha dimostrato che qualora il problema si fosse posto, i ragazzi di Peveragno lo hanno brillantemente risolto. Nel senso che il live funziona e la coraggiosa mescolanza fra tradizione occitana e atmosfere jungle e trip-hop ha trovato la conferma di una coesistenza possibile anche dal vivo. Certo, chi si ricorda dei loro precedenti spettacoli, quelli per intenderci basati sui CD "Troubar r'oc" ed "Esprit de frontiera", e aveva apprezzato un certo loro modo di essere naïve, magari rimane un po' choccato (electroch'occato..) vedendoli così aggressivi e presenti sul palco, sentirli chiamare il pubblico, scoprire i quarantenni del gruppo così ancora pieni di voglia di stupire e i ventenni così a loro agio con arrangiamenti che conciliano la loro passione per gli strumenti della tradizione e quelli che ascoltano in discoteca. Ecco, credo che il trucco dello spettacolo stia proprio qui: sono tutti convinti di quello che fanno, e con questa forza dentro riescono a convincere anche il pubblico, il quale, qui a Travo, non aspettava altro che un gruppo capace di "tiro" e di piacere subito, come sono i Gai Saber oggi, e se forse questa non era la sede giusta per ascoltare i tocchi dell'arpa o i picotages degli organetti, quanto piuttosto i suoni ad effetto delle basi, resta comunque la piacevole sensazione di aver assistito ad uno spettacolo nuovo, che funziona e piace, almeno a chi non ha paura del lupo cattivo. Dei dettagli più meramente musicali si parlerà nella recensione del disco: qui resta soltanto di ritagliare una particolare citazione di merito per il batterista José Dutto, che riesce - anche dal vivo - a incrociarsi con le basi creando particolari effetti non solo ritmici che arricchiscono l'insieme ben al di là della funzione. Davvero bravo.

Paolo Bogo - Agenda Rock On Line

[...]In questi ultimi tempi i Gai Saber stanno acquistando una notevole fama, grazie alla partecipazione a prestigiose manifestazioni di musica etnica un po' in tutta Europa. Nel frattempo, il loro percorso creativo è andato avanti, come dimostra il loro ultimo compact disc uscito per la Bagarre Records, ovvero "Electroch'Oc", una raccolta di dieci brani dove la tradizione occitana a base di bourrée, scottisch e courente si amalgama in modo a tratti sorprendente con sonorità elettroniche che rinviano senza tante mediazioni a suoni trip hop, dance o addirittura velatamente jungle. L'uso massiccio di programmazioni digitali, campionamenti e suoni elettronici si uniscono ai suoni del galoubet, dell'organetto e della ghironda e ai testi in occitano in modo armonico, senza apparire una sorta di modernizzazione a tutti i costi di suoni "antichi" e/o "popolari". Sono molti i momenti che ci hanno colpito del disco, ma se dovessimo evidenziare quelli che ci vengono in mente per primi, forse segnaleremmo la versione davvero piacevolmente straniante del classico occitano "La dançarem pus", le sonorità quasi un po' Roni Size di certi momenti di "Sentiment embrolhat" e la struttura progressivamente sempre più ipnotica della bellissima "Joinessa mai que mai" (con tanto di voci modificate elettronicamente e di fruscii campionati). Ascoltando e riascoltando questo disco, che ci è piaciuto integralmente, ci siamo trovati di fronte ad una formazione che ancora di più che in passato ci sembra davvero riduttivo considerare semplicemente "occitana". [...]

Rokko - Cartaigienicaweb

[...] il nuovo album di un gruppo che reinventa i suoni delle radici spruzzandoli di silicio. [...] la volontà di rapportarsi con identità, tradizione, lingua e territorio allontanando qualsiasi tentazione localista e qualsiasi approccio filologico o passatista. Ciò è evidente in "Elettroch'Oc", il terzo album dei Gai Saber, formazione che con questo lavoro mostra di essersi ormai definitivamente affrancata dalla sola ricerca musicale e dalla mera riproposizione di standard tradizionali da ballo. [...] ricercate escursioni nei territori del trip pop e della jungle e l'uso della lingua nei testi e nella comunicazione [...] nell'opera di fondere la lingua e la cultura occitane con suoni e linguaggi di varia provenienza.
[...] Tra ritmiche sincopate, campionamenti e elettronica, i Gai Saber diventano l'avanguardia musicale del loro territorio, gettano un nuovo ponte verso l'Occitania Granda, al di là delle Alpi - dove la contaminazione tra suoni tradizionali e altri linguaggi è già da tempo andata oltre la fusione folk + (punk) rock abbracciando hip hop, raggamuffin e addirittura club-culture - e dimostrano ancora una volta come una cultura sia viva solo se viene continuamente rinnovata.

Andrea Dani – OUSITANIO VIVO

La contaminazione degli elementi linguistici, lirici e musicali dell’area occitana con i suoni del sincretismo sonoro contemporaneo è sempre stato uno degli obiettivi cardine del percorso artistico dei Gai Saber. "Electroch’Oc" giunge ad affrontare in modo esplicito l’ossessione del campionamento, del groove elettronico e dell’universo jungle, senza rinunciare al recupero di antiche parole trobadoriche (Jaufre Raudel), del respiro lirico di poeti vecchi e nuovi d’Occitania (da Barba Tòni Bodrìer a Bronzat), sempre con un approccio filologicamente il più possibile corretto e rispettoso della materia d’origine. La genesi ritmica dei brani è radicata senza indugi nel mondo della scansione metrica d’oc, ma è il vestito espressivo che si nutre ora della scuola di Bristol di fine anni Novanta, ora della ricerca campionatoria dell’Europa post techno, ancora dei miraggi mobyani d’ispirazione sintetica. La verve del gruppo mantiene i propri punti di forza, e la grande generosità strumentale evita i rischi dell’affollamento grazie ad un uso attento e controllato degli ingredienti sonori. L’operazione di reciproca decontestualizzazione avviene con risultati convincenti e, senza dubbio, offre ai Gai Saber il miglior risultato della propria carriera, soddisfazione accresciuta dall’originalità della propria proposta all’interno della multiforme scena sonora d’Occitania (almeno del versante italiano). "La dancarem pus", "Sentiment embrolhat", "Quora sarej jà luenh" alcuni dei migliori tra i dieci episodi del disco.

Marco Stolfo - Informagiovani Magazine

Le Valli occitane del Piemonte possono avvalersi di un altro gruppo di valore, in grado di promuovere la lingua e la cultura d'oc in maniera innovativa e vitale. Si tratta dei Gai Saber, formazione attiva da circa un decennio, che con il terzo disco "Electroch'òc", mostra di essersi ormai definitivamente affrancata dalla sola ricerca musicale e dalla mera riproposizione di standard tradizionali da ballo. Già i precedenti "Troubar R'Oc" ed "Esprit de frontiera", fornivano significative indicazioni in questa direzione, anche se il nuovo album rappresenta per i Gai Saber il raggiungimento di una ormai consolidata identità sonora ed ideale. [...] i Gai Saber fondono ghironde ed elettronica e si avventurano con buon successo nei territori del trip hop e della jungle. Il tutto, con testi ora propri, ora tradizionali, ora opera di antichi trovatori o di poeti occitani contemporanei, è gradevole all'ascolto e lancia un messaggio forte e chiaro: il futuro è da scrivere, vivere e cantare, anche in lenga d'oc. Nel web: www.gaisaber.it.

Sergio Porracchia - CUNEO PROVINCIA GRANDA

Un moto dello spirito che caratterizza la musica e la storia degli occitani Gai Saber. La formazione di Peveragno ha sempre precorso i tempi all'interno del vasto bacino della cultura musicale occitana, agevolando l'evoluzione naturale del proprio suono e non incaponendosi nella cervellotica ricerca concettuale. Non solo, quindi, formale proposito di mediazione intellettuale ma anche più semplice concessione al piacere dell'ascolto, coltivare il gusto per il suono puro, la scansione ritmica che nasce nell'ambito urbano contemporaneo (jungle e trip hop, per esempio) per poi essere indotta a sostenere gli splendidi impasti vocali di questo piccolo ensemble ed incontrare le melodie della musica della danza popolare occitana e quella colta delle liriche dei trovatori. Un percorso che li ha oggi condotti a focalizzare meglio la propria cifra stilistica. Più propositiva ed originale che in passato, se non addirittura metro di riferimento per le altrui esperienze artistiche. [...] Una continua e caparbia attenzione, una volontà tenace nella rifinitura dei suoni a limare le increspature là dove necessario, raffinare il matrimonio tra i profondi bassi dei ritmi e l'organetto, tra ghironda ed i campionamenti, rendere meno banale e plastificato il suono. Il risultato è un'opera che li conduce oggi a confrontarsi direttamente con i musicisti ed i gruppi ben più noti della scena occitana marsigliese, con Massilia Sound System e Dupain la più attiva ed effervescente in questo ambito, attestandosi certo su posizioni un po' diverse, maggiormente legate alla forma canzone nello sforzo di non negarsi alla comunicazione più diretta.

Pio D'Emilia - IL MANIFESTO

"[...] lunedi scorso, 21 settembre, l'apertura ufficiale della settimana di orgoglio occitano a Guardia Piemontese (CS) è culminata con un travolgente concerto del gruppo occitano Gai Saber (notevole il loro ultimo cd Electroch'òc)".

Oliviero Marchesi – LA LIBERTA’ (Quotidiano di Piacenza)
CON GAI SABER IL FOLKLORE CHE VIENE ADATTATO AI SUONI DEL DUEMILA

Il gruppo di lingua occitana ha aperto a Fiorenzuola la settima edizione della rassegna “Musicanti”
“Nos avem pas de rais”. Ovvero « non abbiamo radici ». Così inizia uno dei canti più trascinanti del repertorio dei Gai Saber, gruppo tra i più prestigiosi della scena neo-folk italiana, che l’altra sera a Fiorenzuola, nel verde di Piazza Darwin, hanno inaugurato la 7° edizione di Musicanti (la rassegna organizzata dall’Associazione Kairos con la Provincia ed i Comuni di Piacenza, Fiorenzuola e Pontenure ed in collaborazione col Comune di Bobbio, il Municipale, radio Popolare e La Pecora Nera). Quello dello “sradicamento” è, naturalmente, una bugia. Primo, perché la lingua in cui i Gai Saber cantano è l’occitano: un idioma derivato dal provenzale del Medioevo (la lingua d’òc dei Trovatori) e ancora oggi parlato in un area che va dai Pirenei al Piemonte sud-occidentale (i membri del gruppo sono tutti di Peveragno, in provincia di Cuneo). Secondo, perché la canzone succitata è stata animata da un “circolo circasso”: un antico ballo tondo che a fiorenzuola si è trasformato in una grande danza di spettatori. Terzo, perché il nome Gai Saber (Gaia Scienza) cita quello dell’antico “concistoro dei trovatori”; e le canzoni dei Nostri impiegano non solo gli strumenti del folklore occitano (ghironda, arpa, organetto, la cornamusa detta chabreta, i flautini chiamati flotetas) e i ritmi delle sue danze popolari (dalle bourrèe al rigodon), ma anche, in più di un caso, parole e melodie tradizionali. Attenzione, però: quello dei Gai Saber è un folklore spavaldamente adattato ai suoni del Duemila,. Se il massiccio leader Maurizio Girando, simpatico affabulatore da osteria e suonatore di ghironda, flotetas e chabreta, incarna l’aggancio alla tradizione, così come quasi tutto il resto dell’organico (gli organetti di Paolo Brizio e Maurizia Giordanengo, l’arpa di Elena Giordanengo, la voce di Chiara Bosonetto – sorella di Marco, scrittore e flautista “naturalizzato” piacentino – e le stesse percussioni di José Dutto), l’uomo chiave della specificità sonora dei Gai Saber è Alex Rapa, che oltre a suonare la chitarra e cantare, traffica con quelle programmazioni elettroniche e quei poderosi beat tecnologici, che sono un marchio di fabbrica del gruppo.
A tratti queste contaminazioni risultano forse un po’ troppo invasive. Ma altrove (soprattutto in Pas de rais, Onze passa dotze e nel vibrante canto di emigrazione operaia Obriers d’Occitania) la miscela esalta e trascina. Quel che sempre affascina del gruppo, comunque, è la volontà di non riproporre la tradizione in modo inerte ed automatico, ma di capire, inventare, creare. Del resto, “no sap chantar qui so non di/ ni vers trobar qui motz no fa/ ni conois de rima cos’va si razo non enten en si” (“Non sa cantare chi non inventa suoni/ né comporre versi chi non crea parole/ né conosce le regole della rima se la ragione non fa propria”), così cantava nove secoli fa il grande trovatore Jaufrè Rudel in una splendida melodia provenzale che i Gai Saber hanno riproposto a Fiorenzuola. A modo loro, si capisce.

Roberto Briozzo - www.alternatizine.com

L'elettronica, nella musica, è un po' come il nero per l'abbigliamento, che il luogo comune (più che la sapienza popolare) identifica come il colore che "sta bene su tutto"; spesso il riadattamento o il semplice remix in musica o, in generale, il cross-over costruito a tavolino hanno una connotazione commerciale volta a modellare un prodotto sul mercato.
Un tentativo di scoperta di nuovi linguaggi, invece, viene dal cuore del Piemonte e si chiama Gai Saber, un gruppo apprezzato anche fuori-casa che sperimenta la sintesi tra tradizione popolare occitana, musica trobadorica unita a timbriche elettroniche, come trip-hop, dub, drum'n'bass e jungle. Il risultato è una curiosa world music che oltre a collocarsi in orizzontale, tra culture contemporanee ma geograficamente lontane, si pone in un'ottica diacronica, grazie a all'accostamento di strumenti musicali inventati a 800 anni circa di distanza. Il denominatore comune è la musica folk, la danza sempre e comunque popolare indipendentemente dal fatto che sia eseguita e ballata in un club piuttosto che alla fiera del paese, nel dì di festa. E se i puristi di entrambi i generi potrebbero storcere il naso, gli amanti della buona musica non possono che tendere le orecchie: in 9 tracce più una introduzione, i Gai Saber esplorano gli "armoniosi contrasti" tra flauti provenzali, cornamuse e organetto diatonico versus loop, campionamenti e bassi sintetizzati.
Il risultato è un prodotto fresco, adatto per viaggiare con la mente attraverso il tempo, tra danze dal sapore antico, e lo spazio che si snoda lungo le valli piemontesi in cui si coltiva e si parla la lingua D'oc, la lingua dei trobadour. Dall'etno-jungle di "Quand lo rossinhol" (tratto da un testo anonimo del XII secolo), all'house su tempo dispari di "Sentiment embrolthat", al Bristol sound d'oc di "No sap chantar", i Gai Saber si propongono così come moderni trovatori tecnologici, per i quali però l'elettronica è un pretesto e non la finalità.
In Electroch'òc le timbriche e i loop non snaturano mai le forme ritmiche che caratterizzano ballate e canzoni, mentre i suoni larghi degli archi sintetizzati aumentano la già forte potenzialità descrittiva dei Gai Saber, a prova che creatività e buon gusto permettono di esplorare anche i territori più estranei alle proprie radici.

Kyuss - ATALANTE

Chi l’ha detto che esiste solo l’inglese per realizzare dei brani dalla dimensione internazionale? I Gai Saber, con questo album, dimostrano come ricorrendo a dei testi occitani, che più particolari forse non si può, si possa ugualmente riuscire a dare alle proprie incisioni un respiro internazionale poiché, prima che alla testa, parlano al cuore dell’ascoltatore. In questo senso contribuisce molto anche la musica che potremmo chiamare etnica, senza per questo trascurare i suoni elettronici, ricca di quelle sfumature che è possibile creare soltanto ricorrendo all’uso di un vasto repertorio di strumenti: organetto darabuka mandolino arpa batteria ghironda cornamusa flauti chitarra arrangiamenti e programmazioni digitali. Si passa da motivi festosi ad altri quasi meditavi con estrema naturalezza, determinando la crezione di un corpus vario ma unito da una medesima intensità emotiva. Si tratta di un’impressione del tutto personale, ma a tratti sembra di ascoltare Mike Olfield ( il quale comunque si rifà a una musica dalla tradizione consolidata ) in versione occitana; chissà se in qualche modo è stato una fonte di ispirazione. Resta il fatto che il cd si ascolta con molto piacere quindi, per saperne di più, vi suggerisco i seguenti contatti: http://www.gaisaber.it/ www.bagarre.org
www.moonlightrecords.com
La musica tradizionale occitana, ricca di danze e ritmi, rivisitata da questo gruppo con l'aiuto dell'elettronica. Un possibile disco di tendenza per i cultori dell'alternative dance sound di oggi.
www.matson.it
Il gruppo occitano realizza una particolare operazione: danze tradizionali combinate con influenze hip hop, d'n'b, jungle. Un intrigante mix di moderno e antico: ritmi e suoni campionati convivono con ghironda, organetto, arpa e flauti provenzali

La Repubblica - Elio Bussolino

Da tempo alfiere in tutta Europa dai vivaci fermenti musicali delle valli cuneesi, il gruppo di Peveragno s'è anche imposto come uno degli interpreti più spregiudicati del folk locale, tanto da essere indicato come quello che con più sollecitudine e audacia ha provveduto a congegnare le melodie e ritmi d'òc con sonorità digitali contemporanee. Fino a ricavarne un ibrido musicale buono tanto per il pubblico più tradizionalista delle sagre paesane quanto per quello che frequenta i club di tendenza. da Drive Magazine –

Lino Terlati
http://www.drivemagazine.net/blocnotes/bnlug04.html
Gai Saber - ELECTROCH’OC 49’28”(Bagarre)

I Gai Saber si sono fatti portavoce di un connubio fra musica occitana e divagazioni jungle e trip-hop; commistione riuscitissima che diventa da ogni prova più originale e personale. Electroch’oc, terzo lavoro della band, è quello maggiormente carico di grande energia che in genere troviamo nei dischi dal vivo. L’ebbrezza di un concerto dal vivo, della gente sotto il palco viene inscatolato in questo eccelso lavoro. Hanno girato tutta l’Italia e l’estero e i riconoscimenti non si contano più. L’elettronica diventa onnipotente e sfuggente in pezzi come Cara Guitin, o Sentiment embroihat, elegante e vischiosa sfrecciando con gli strumenti tradizionali scivola verso forme di improvvisazione dove gli strumenti duellano tra loro e le voci in dialetto occitano cedono in un amalgama insuperabile. Diga, Joaneta sa essere tempestosa, oscura eppure far librare nell’aria quella piuma di salvezza dalle ceneri ormai fredde di poca novità .
Modernità si respira in queste antiche trame. Resurrezione della musica folk che insegna nuovi stili. Professionalità e palle doc. Ma il sentimento è caldo e riesce a impressionare le menti come un elettroshock o, all’occitana, un elettroch’oc. L’energia diventa forma di comunicazione elevata e questo terzo album può essere quello che darà una degna popolarità a questo combo piemontese.
La ricerca musicale della tradizione è molto acuminata e stranamente non sembra derivare dall’antico ma inserita in una world music attuale. Trovatori dell’era moderna, hanno saputo regalare alla musica italiana emozioni che credevamo assopite.Un sogno: saranno i prossimi artisti italiani a firmare per la Real World di Peter Gabriel?

Patty-Lynne Herlevi
www.folkclub.it

Se altri gruppi hanno saputo inglobare nel folk occitano i ritmi e le sonorità del punk-rock anni '70, l'operazione dei Gai Saber è ancora più "estrema". E' infatti alle sonorità elettroniche e dance anni '90 che si rivolgono i sette musicisti cuneesi. Il risultato è una musica spiazzante, dove il balet incontra il trip hop e la curenta flirta con la jungle.

www.movimentiprog.net
Recensito da Donato Zoppo

I trovatori del 2000 scuotono con il loro "electroch'oc" Purismo o fusione? tradizione o progressismo? rigore filologico o libertà artistica? Porre in questi termini una valutazione sui Gai Saber è un errore: la loro musica avrà sicuramente fatto imbestialire più di un purista ma il loro terzo disco "Electroch'oc" chiarisce definitivamente spirito e filosofia dei piemontesi.
Lo si intuisce subito dalla copertina e dall'artwork del disco. Manopole, tasti e schermi da avveniristico studio di registrazione la dicono lunga: Gai Saber ("gaia scienza") non è il solito gruppo di folk progressivo - tarantelle in salsa elettrica... - ma un ensemble di manipolatori che, sulla base di una ricerca attenta e seria sul materiale della tradizione, rielabora tutto alla luce della contemporaneità.
E' dunque sbagliato urlare alla "violenza" nei confronti della tradizione: il gruppo parte dallo studio più approfondito della tradizione musicale occitana - popolare e colta - e miscela i canti dei trovatori in lingua d'Oc con i più sfrontati modelli ritmici, rock, techno, jungle e dub. Se negli anni '70 c'erano Fairport Convention, Jethro Tull e Canzoniere Del Lazio, "mutatis mutandis" oggi tocca ai Gai Saber, che sul terreno elettronico sfidano world music e club-culture, Real World e Moby.
10 brani freschi, coinvolgenti, ricchi di intuizioni e scelte azzeccate, mai invadenti anche laddove si punta sull'impatto sonoro. In questo senso "Quan lo rossinhols escria" e "Joinessa mai que mai" (splendida), la stessa "Quora sarei jà luenh", sono gli esempi migliori. Qualche membro del settetto proviene dal rock progressivo e lo si nota negli arrangiamenti più intricati e complessi, penso agli intrecci di flauti, fisarmonica e ghironda, che cattureranno gli amanti dei Gentle Giant. I brani viaggiano così tra elettronica e tradizione: senza oscillare per l'una o l'altra, arricchendo vicendevolmente vecchio e nuovo.
"La dançarèm pus" e "Onze passa dotze" sono uno "spaccato" corale di world-dance: pezzi del genere ci fanno immaginare una sincronicità musicale, passato e futuro in un sol colpo, un istante universale catturato con abilità. In questa direzione vanno anche brani che spingono sulla fusione con altre aree: le cornamuse "scottish" in "Sentiment embrolhat" e le pulsioni jungle di "Cara Guitin", la saltellante (ma più scontata) "Diga, Joaneta".
"No sap chantar qui so non di" è un episodio più anomalo, ipnotico e meditativo, ai confini del dub con echi celtici.
Più che per l'idea degli accostamenti, l'album conquista per la qualità. Trasgressivo al punto giusto ma anche ragionevole, coraggioso con giudizio e saggezza, "Electroch'oc" è un disco davvero singolare: sconsigliatissimo.
 
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